Dimanche 25 novembre 2007

Roma, 24 novembre: 150.000 donne in piazza contro la violenza maschile

 
Le donne Rom (una quarantina) hanno aperto il corteo. Dietro lo striscione «La violenza degli uomini contro le donne comincia in famiglia e non ha confini» oltre 400 associazioni femminili, femministe e lesbiche, centri antiviolenza, donne dei movimenti, donne singole. Altri striscioni, cartelli e slogan: "L'assassino non bussa, ha le chiavi di casa", "Contro la violenza del maschile, autonomia femminile"; "Donne, se ci ama da morire, preoccupiamoci"; "Violenza familiare, violenza patriarcale"; "Se la violenza è sotto il tetto che ce faccio cò sto pacchetto"; "Violenza familiare, basta sopportare"; "Famiglia assassina"; "Ne uccide più l'amore che il tumore"; "Fuori i fascisti da questo corteo"; "La violenza contro le donne non dipende dal passaporto, la fanno gli uomini"; "Giù le mani dalle donne!"; e così via, passando dagli slogan lesbo fino allo striscione "Urlare la nostra rabbia, trasformarla in forza, trasformare la nostra forza in lotta".

Il corteo si è snodato per via Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, largo Ricci, via dei Fori imperiali, piazza Venezia, via delle Botteghe oscure, largo di Torre Argentina, corso Vittorio Emanuele, via della Cuccagna, piazza Navona. Qui, le donne dell'Ugl che la occupavano sono state sloggiate, e il corteo si è concluso cacciando dal palco le parlamentari che si stavano pavoneggiando davanti alle telecamere.

La manifestazione, organizzata molto in sordina, quasi ignorata fino a due-tre giorni fa, è stata messa in piedi da un gruppo di collettivi femministi di Roma tra cui Amatrix, Libellule, Feramenta, Associazione femminista via dei Volsci, a cui sicuramente non fa difetto la rabbia e le idee chiare. "L'idea della manifestazione è stata nostra" spiega Amelia, "non vogliamo cappelli politici anche perché delle scelte di questa politica non condividiamo quasi nulla. E non vogliamo uomini, abbiamo fatto una scelta sessista e separatista perché in questo modo si capisca che il problema in Italia è di tipo culturale e serve scardinare la società di tipo patriarcale...". Il tanto vituperato, da destra e soprattutto da sinistra, separatismo(1) è stato l'impronta di tutta la manifestazione: le compagne che non erano d'accordo si sono accodate, essendo in netta minoranza, in fondo al corteo(2).

Cacciate assieme agli uomini, alcune anche in malo modo, le (poco) onorevoli deputatesse e senatrici del marciume parlamentare, presentatesi come "rappresentanti" politiche delle donne: Giulia Buongiorno, Mara Carfagna, Giovanna Melandri, Alessandra Mussolini, Barbara Pollastrini, Stefania Prestigiacomo, Livia Turco(3).

Due, pertanto, le note caratteristiche della stupenda manifestazione di Roma, che hanno subito messo in allarme tutte le forze politiche filo-sistema:
- 1°) l'affermazione dell'autonomia femminile, primo passo per l'auto-organizzazione e l'auto-difesa contro ogni forma di violenza, maschile e statale;
- 2°) la sua netta caratterizzazione anti-parlamentare e anti-sistema.

In quasi tutte le città italiane sono stati organizzati dalle stesse donne treni e pullman: da Milano a Bari, da Cagliari a Bologna, da Genova a Salerno, Torino e Gorizia, da Potenza a Palermo. Moltissimi i boicottaggi, istituzionali e personali, soprattutto di mariti, fidanzati, padri ecc.

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Voci dal corteo
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(1) La partecipazione degli uomini alla manifestazione di sabato, così specifica, così sofferta, sarebbe stata l'ennesima riaffermazione della violenza maschile sulle donne, sotto forma dell' onnipresenza dell'uomo.

(2) Queste compagne non hanno capito che in occasione di un corteo di donne contro la violenza maschile, la cosa migliore che potevano fare gli uomini era di stare a casa a curare i figli e/o gli animali domestici, fare le pulizie e la spesa, e preparare da mangiare per il ritorno delle guerriere!

(3) La critica più subdola che è stata mossa alle manifestanti per la estromissione delle parlamentari, è che - così facendo - perdevano l'occasione di avere una sponda in parlamento per l'approvazione accelerata delle leggi in cantiere "a protezione delle donne". In realtà, le manifestanti, col loro comportamento ostile, hanno pubblicizzato la natura radicale, anti-parlamentare e anti-sistema, della mobilitazione. Nessun striscione, nessun cartello, nessuno slogan chiedeva "leggi a favore delle donne"! Siamo di fronte ad un passo avanti della lotta politica rivoluzionaria in Italia: chi lo capisce, bene; chi non lo capisce, se ne accorgerà tra breve...
Par s.b. - Publié dans : La crisi di regime
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Vendredi 8 décembre 2006

Riproposto il volume di C.L.R. James «I giacobini neri», un classico della storiografia sociale. Pagine rigorose e avvincenti per ricostruire la rivoluzione antischiavista che portò alla cacciata dei francesi e alla fondazione della Repubblica di Haiti. Un grande sommovimento sociale che dai Caraibi si diffuse negli Usa, cambiando la storia mondiale. Per poi essere rimnosso dalla storia dei vincitori  (Alessandro Portelli).

Ci sono libri che spostano radicalmente l'idea occidentale della storia, l'immagine che l'Occidente ha di sé, che mettono il margine e la periferia al centro, in maniera talmente radicale che la nostra cultura fa praticamente finta che non esistano. Due di questi libri uscirono sul finire degli anni '30: Black Reconstruction in America di W. E. B. DuBois, e The Black Jacobins. Toussaint L'Ouverture and the San Domingo Revolution di C.L.R. James. I loro autori sono due giganti del ventesimo secolo, ma per la maggior parte dei nostri storici e politologi potrebbero anche non esistere. E forse non esistono veramente: dopo tutto, non erano neanche bianchi, e per di più - ciascuno a modo suo e in tempi diversi - sono stati tutti e due comunisti e partecipi con un altro comunista, George Padmore (già:«chi era costui?»), delle origini del movimento panafricano e anticolonialista.

In Black Reconstruction, tuttora mai tradotto in italiano (ne tratta una piccola e preziosa monografia di Lauso Zagato, che risale al 1975), W. E. B. DuBois spazzava via la versione etnocentrica della guerra civile americana: lungi dall'essere passivamente liberati dalla benevolenza di Lincoln e del Nord, gli afroamericani hanno avuto un ruolo decisivo nella propria liberazione e nell'esito della guerra.
 
È stato quello che DuBois chiamava lo «sciopero generale» degli schiavi, la loro fuga in massa verso le file dei soldati nordisti, a far crollare l'apparato produttivo del Sud ribelle e decidere una guerra che il Nord non riusciva a vincere. Gli schiavi, gli afroamericani, insomma, non sono stati oggetto di una storia monopolizzata dai bianchi e dalle classi dominanti, ma protagonisti della propria liberazione e, con essa, della storia intera.

Il vento della libertà

Tre anni dopo, C. L. R. James fa un passo avanti: è la storia intera del nostro mondo che ruota attorno alle vicende di un'isola caraibica, Santo Domingo, e al protagonismo degli schiavi che conquistarono la libertà e fondarono la prima repubblica africana, Haiti. I giacobini neri era già uscito molti anni fa, e ritorna oggi nella traduzione di Raffaele Petrilli rivista e adattata da Filippo Del Lucchese, con introduzione di Sandro Chignola e una postfazione dello scrittore americano Madison Smartt Bell (Derive Approdi, pp. 363, euro 25).

Sul finire del '700, spiega James, Santo Domingo era la «più bella colonia del mondo» e, per questo, un inferno di orrore schiavista. Grande quasi quanto l'Irlanda, divisa fra la Francia e la Spagna, Santo Domingo stava all'economia settecentesca dello zucchero e del cotone un po' come il Bahrein e il Kuwait stanno a quella novecentesca del petrolio: una fonte apparentemente inesauribile di ricchezza, estratta con brutalità assoluta tanto nei confronti della terra quanto nei confronti di quella merce umana importata dall'Africa talmente a buon mercato che era più conveniente ammazzare uno schiavo irrispettoso e comprarne un altro che adattarsi a tollerarlo.

Ma anche su questa isola spira sul volgere del secolo il vento della libertà e della rivoluzione. Gli Stati Uniti hanno appena conquistato l'indipendenza; e la madrepatria francese è nel pieno della sua grande rivoluzione. James segue con minuzia rabbiosa gli andirivieni, le contraddizioni, le discussioni di una Francia rivoluzionaria dove la borghesia rivendica la libertà, le masse proletarie parigine spingono per l'uguaglianza, e la questione della schiavitù è la cartina di tornasole su cui si misura la verità della rivoluzione. Dopo tutto, le navi cariche di schiavi all'andata e di zucchero al ritorno sono di proprietà dei grandi borghesi rivoluzionari di Nantes; e persino i bianchi e mulatti schiavisti di Santo Domingo si identificano con la repubblica.

Ma i veri «giacobini», suggerisce James, non stanno a Parigi, ma nelle piantagioni e nelle montagne di Haiti. Qui, come più tardi in Virginia e in Georgia, saranno proprio gli schiavi - analfabeti, appena arrivati dall'Africa, trattati da subumani e semiselvaggi - a incarnare, a portare fino in fondo e a rendere possibili quei valori di libertà che i loro padroni rivendicano per sé fingendo di ritenerli universali (subito dopo la dichiarazione d'indipendenza, in cui Thomas Jefferson e i coloni americani proclamavano che «tutti gli uomini sono creati uguali», furono inondati di lettere e petizioni dei loro schiavi e dei neri liberi che dicevano, in sostanza: benissimo, d'accordo, quando si comincia? Naturalmente, ci volle una guerra, e non bastò nemmeno).

C.L.R. James racconta una storia complicata, spesso confusa, di alleanze e rotture, tanto fra bianchi, mulatti e neri a Santo Domingo quanto fra le diverse anime di classe della rivoluzione in Francia (con in mezzo i tentativi dell'Inghilterra, patria della libertà, di inserirsi e mettere le mani sulla più ricca colonia del mondo). È una guerra senza esclusione di colpi, di massacri e tradimenti da tutte le parti, durata dodici anni finché ogni compromesso è spazzato via e ai neri ribelli non resta altra scelta che l'indipendenza e la repubblica.

Un immenso sommovimento

Al centro dell'analisi di James sta una difficile relazione: da un lato, i fattori di classe, trattati con rigore marxiano d'altri tempi, ma tuttora sostanzialmente persuasivi nel disegno generale; dall'altro, una personalità eccezionale, Toussaint L'Ouverture, un altro di quei grandi protagonisti della storia umana di cui la nostra cultura finge di ignorare l'esistenza.

Anche per questo, avrei preferito che invece del sottotitolo che gli è stato dato nell'edizione italiana La prima rivolta contro l'uomo bianco fosse stato mantenuto quello originale: Toussaint L'Ouverture e la rivoluzione di Santo Domingo. Un po' perché questa rivoluzione ha cercato fino all'ultimo di non avere come antagonista «l'uomo bianco» (ce n'erano diversi fra i consiglieri e gli aiutanti di Toussaint) ma un'istituzione e un rapporto di classe: la schiavitù. Soprattutto, perché il nodo problematico su cui James insiste è proprio quello del rapporto fra il singolo «grande uomo» Toussaint e un immenso sommovimento sociale collettivo, una grande vicenda di masse. «Non fu Toussaint a fare la rivoluzione - scrive infine James -, ma la rivoluzione a fare Toussaint»; c'è una copla di fandango rivoluzionario andaluso che dice, «qui ci vorrebbe un Fidel come a Cuba, ma dobbiamo sapere che un popolo che sa quello che vuole partorisce un proprio Fidel»). Io aggiungerei che la rivoluzione ha fatto Toussaint perché altrimenti non poteva fare se stessa.

Toussaint aveva quarant'anni e si chiamava Toussaint Breda quando, non senza esitazioni, si unisce alla rivolta iniziata dal cimarron voodoo Boukman, prende il nome di L'Ouverture come a dire che adesso si apre un'epoca nuova, e presto ne diventa il capo carismatico indiscusso.

C'è qualcosa di doloroso quando James osserva che senza le straordinarie circostanze storiche in cui si trovarono a vivere, grandi protagonisti come Toussaint, Christophe, Dessalines avrebbero vissuto e sarebbero morti inosservati, trattati fino alla fine solo come fidati, innocui subalterni e servitori. (Nel 1821, ispirata in gran parte dalle vicende di Haiti, si prepara a Charleston, South Carolina, una rivolta di schiavi. Quando Rolla, uno dei capi, è arrestato, il suo padrone disse: non ci posso credere; era il mio schiavo più fidato, gli ho tante volte affidato la mia famiglia. Gli chiede: ma che intenzioni avevi? E Rolla: piantarti la spada nella pancia e tagliarti la testa, a te e a tutti i tuoi. Senza quel tentativo di rivolta, anche Rolla sarebbe stato ricordato solo come un fedele e fidato domestico. Quanto furore si annida nell'anima di tanti oppressi che non incontrano le circostanze adatte?).

Una personalità sociale

La Francia rivoluzionaria abolisce la schiavitù in ritardo, quasi per caso e un po' pentendosene; Napoleone la restaura ma ormai è troppo tardi, e gli eserciti che manda per domare Santo Domingo vengono distrutti dalle febbri e dai ribelli neri (Toussaint paga con la libertà e la vita l'essersi fidato della Francia rivoluzionaria; e Dessalines completerà il lavoro senza scrupoli e senza pietà). Ed è qui che il mondo gira attorno alla centralità di Haiti. Ricordiamoci: la Francia era allora padrona della ricca e fertile valle del Mississippi, da New Orleans (Orléans, appunto) al confine canadese (attraverso luoghi chiamati Saint Louis, Louisville, D'etroits, Sault Sainte Marie, Des Moines...) e non si era ancora rassegnata alla recente perdita del Canada.

Il recupero di Santo Domingo è allora la pietra angolare di un disegno imperiale francese dai Caraibi al circolo polare artico, attraverso la valle del Mississippi e il Canada riconquistato nella guerra contro gli inglesi. Sono gli schiavi neri di Haiti a far saltare questa visione: senza la preziosa Santo Domingo, non ne vale più la pena. Guardate: nel 1802, Haiti è indipendente; nel 1803, Napoleone svende tutta la valle del Mississippi ai neonati Stati Uniti, per quattro centesimi l'acro. Sconfitta dai suoi schiavi, la Francia abbandona il Nord America. Il resto - la frontiera, l'espansione, l'egemonia degli Stati Uniti - è la storia dell'Occidente fino a noi. Ma attorno ad Haiti ruota una storia controfattuale che sarebbe piaciuta a Philip K. Dick: e se Haiti avesse perso, sarebbe il francese oggi la lingua egemone?

Gli schiavi fuggiaschi della Georgia, gli schiavi rivoluzionari di Santo Domingo non hanno scritto episodi marginali, magari entusiasmanti, della nostra storia. L'hanno fatta loro.

Post scriptum. Sulle pagine culturali di Repubblica del 3 novembre, un corrispondente letterario da New York commemora William Styron scrivendo che «Nelle Confessioni di Nat Turner affrontò l'abominio della schiavitù attraverso gli occhi di un personaggio immaginario di un afro-americano che tentò una ribellione nei confronti dei "padroni"». A parte le inspiegabili virgolette (i padroni erano letteralmente tali: proprietari degli schiavi), forse vale la pena di informarlo che Nat Turner non è «immaginario» per niente: si è ribellato, ha terrorizzato il Sud, è stato sconfitto ed è stato giustiziato nel 1831 lasciando una memorabile narrazione di sé. Ma Nat Turner è altrettanto inconcepibile di Toussaint e Dessalines, e di George Padmore: semplicemente, ci rifiutiamo di accettare la loro esistenza, la loro rivolta, la loro intelligenza. D'altronde, questo è lo stesso critico che anni fa sulle stesse pagine sbeffeggiava intellettuali neri come Henry Louis Gates, Jr. e Kwame Appiah perché la loro Encyclopaedia Africana dava troppo spazio, pensate, al «giocatore di cricket» C. L. R. James.

(il manifesto, 7.12.06)
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V. anche: la voce Haiti su Wikipedia 

Par s.b. - Publié dans : Storia
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Samedi 13 mai 2006

Il “partito rivoluzionario” è il partito della rivoluzione proletaria, per il socialismo e il comunismo, e, quindi, internazionale, per definizione.

 

Esso ha mosso i primi passi con la Lega dei comunisti nel 1847 in Germania e via via si è sviluppato in tutto il mondo, con un processo dialettico, caratterizzato da alti (pochi) e bassi (tanti), avanzate (brevi) e rinculi (prolungati), vittorie (due, parziali) e sconfitte (troppe).

 

Il “partito rivoluzionario” è la forma organizzata che assume, di volta in volta, il comunismo in quanto movimento reale che modifica, con la lotta rivoluzionaria, lo stato di cose attuale.

 

Si caratterizza per la natura rivoluzionaria delle lotte che è in grado di suscitare, coordinare, dirigere; non per le sigle, i programmi e gli slogan con cui di volta in volta si manifesta all’esterno.

 

Esso si afferma, quando si afferma, solo dopo un aspro e spietato processo di delimitazione da tutte le correnti e le forze politiche, espressione della lotta delle classi, come portabandiera della lotta di classe del proletariato contro la borghesia.

 

Storicamente, il filo rosso, contorto e sfilacciato in più punti, si snoda, a partire dalla Lega dei comunisti (1847-1852) e della Prima Internazionale (1864-1872), con lo sviluppo del socialismo in Germania e della Seconda Internazionale (1889-1914); con la lotta dei bolscevichi russi (1898-1917 e 1917-1926) e della Terza Internazionale (1919-1926). Nei vari paesi, si distinguono i tentativi eroici dei comunisti tedeschi (1914-1924) e la lotta quasi secolare della sinistra comunista italiana.

 

In Italia, a partire dai primi circoli marxisti e dello sviluppo del socialismo, fino alla fondazione del Partito comunista d’Italia (gennaio 1921). Dal 1926-27 in poi, il filo rosso si è spezzato in mille piccoli gomitoli (la cd “sinistra comunista”), caratterizzati dall’anti-stalinismo e dall’anti-parlamentarismo, ma poco propositivi ed efficaci sul terreno pratico di lotta; attorniati e attaccati dalle espressioni organizzative delle ali radicali ed estreme delle altre classi e frazioni di classe, in lotta tra loro, e contro il proletariato rivoluzionario (gruppi ex e neo-stalinisti; maoisti; “operaisti”; “lottarmatisti”, “movimentisti”, “antagonisti”, ecc.).

 

Concludendo. Il movimento comunista rivoluzionario procede in tutto il mondo, a strappi, ora in modo sotterraneo, ora con erruzioni violente e improvvise, assumendo di volta in volta forme organizzative diverse da ormai più di un secolo e mezzo (v. Il filo rosso della rivoluzione). Si tratta, in ogni singolo paese, di operare nelle forme organizzative più adatte alla concreta situazione economico-sociale e politica, per raccogliere i militanti comunisti rivoluzionari, unire i loro sforzi e dirigerli verso obbiettivi condivisi, traendo spunto e insegnamento dalla lunga storia del “partito rivoluzionario”[1].

 

 - La Lega dei comunisti (1847-1852)


- 1a Internazionale (1864-72)


- Il socialismo in Germania (1852-1914)

 

- Italia: 1872-1899

- 2a Internazionale (889-914)


- I bolscevichi (1898-1917)


- Gli spartachisti (1914-1924)


- 3a Internazionale: 1914-26


- Il P.C.(b)Russo (1917-26)


- Il P.C.d'Italia (1921)

 

- P.C.Int. (1943)

 


[1] Lasciando alle nostre spalle idealistiche dicotomie tra “partito storico” e “partito formale” (mondo delle idee e suo riflesso nella volgare realtà di ogni giorno?), e ancorando ogni iniziativa in campo organizzativo al criterio della lotta pratica rivoluzionaria.

Par s.b. - Publié dans : Menù principale
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Lundi 1 mai 2006

Mao Zedong, scritto anche Mao Tse-Tung, (26 dicembre 1893 - 9 settembre 1976) fu presidente del “Partito comunista cinese” (Pcc) dal 1935 alla sua morte. Sotto la sua guida, il partito salì al governo della Cina continentale, come risultato della sua vittoria nella guerra civile cinese e della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (di cui fu presidente) nel 1949.

Mao sviluppò una versione “cinesizzata” dello stalinismo (capitalismo di stato spacciato per socialismo in un solo paese), nota come Maoismo, e che sta allo stalinismo più o meno come l’accumulazione originaria capitalistica francese sta a quella inglese.

Mao Zedong viene comunemente chiamato Presidente Mao (毛主席, Mao Zhuxi). Ai vertici del suo culto della personalità, Mao era comunemente noto in Cina come il "Quattro volte grande": "Grande Maestro, Grande Capo, Grande Comandante Supremo, Grande Timoniere (伟大导师,伟大领袖,伟大统帅,伟大舵手)".

Ultimo di quattro figli di una famiglia di coltivatori agricoli moderatamente prospera, Mao Zedong nacque nel villaggio di Shaoshan, nella Contea di Xiangtan (湘潭縣), Provincia di Hunan. I suoi antentati vi erano migrati dalla provincia di Jiangxi, durante l'epoca della Dinastia Ming, e si erano dedicati all'agricoltura per generazioni.

Dopo essersi diplomato alla Scuola Normale di Hunan nel 1918, Mao viaggiò a Pechino con il suo insegnante delle superiori e futuro suocero, Professor Yang Changji (杨昌济), durante il "movimento del quattro maggio", quando Yang tenne delle lezioni all'Università di Pechino. Seguendo le raccomandazioni di Yang, Mao lavorò sotto Li Dazhao, direttore della biblioteca universitaria, e presenziò ai discorsi di Chen Duxiu. Mentre lavorava per la biblioteca dell'Università di Pechino come assistente bibliotecario, Mao acquistò il gusto per i libri, che mantenne negli anni successivi. Sempre a Pechino sposò la prima moglie, Yang Kaihui, una studentessa universitaria e figlia di Yang Changji. (Quando Mao aveva 14 anni, suo padre gli aveva organizzato un matrimonio con una compaesana, Luo Shi [羅氏], ma Mao non riconobbe mai quel matrimonio.)

Invece di trasferirsi all'estero come molti dei suoi compatrioti radicali, Mao spese l'inizio degli anni '20 viaggiando attraverso la Cina, e infine fece ritorno nello Hunan, dove prese a guidare la promozione di manifestazioni per i diritti dei lavoratori.

All'età di 27 anni, Mao partecipò al primo congresso del Partito Comunista Cinese a Shanghai (luglio 1921). Due anni dopo venne eletto nel comitato centrale del partito, nel corso del terzo congresso.

Durante il primo fronte unito Kuomintang-Pcc, Mao funse da direttore dell'Istituto di Addestramento dei Contadini del Kuomintang (il Partito Nazionalista), e all'inizio del 1927 venne inviato nella Provincia di Hunan per relazionare sulle recenti sollevazioni contadine avvenute alla luce della "spedizione settentrionale". La relazione che Mao produsse da questa indagine è il primo importante mattone della teoria maoista.

Durante questo periodo, Mao sviluppò molte delle sue teorie politiche. Concetto basilare era la sua visione dei contadini come sorgente della rivoluzione. Per il marxismo la classe operaia è la forza motrice della rivoluzione. Mao invece sosteneva che nel caso della Cina era la classe contadina quella dalla quale si sarebbe sviluppata la rivoluzione. Mao si rifece anche alle teorie di Hegel e Marx, per abbozzare una sua versione del materialismo dialettico. In questo periodo, Mao sviluppò anche la teoria a tre stadi della guerriglia e il concetto di "dittatura democratica del popolo".

Mao sfuggì al terrore bianco nella primavera/estate del 1927 e guidò la sfortunata rivolta del raccolto autunnale a Changsha, nello Hunan, in autunno. Mao sopravvisse a malapena a questo rovescio (sfuggì alle sue guardie mentre veniva portato ad essere giustiziato) ed assieme alla sua malandata banda di leali guerriglieri trovò rifugio nelle Montagne dello Jinggang, nella Cina sud-orientale. Li, dal 1931 al 1934, Mao aiutò a fondare la Repubblica Sovietica Cinese della quale venne eletto presidente. Fu in questo periodo che Mao sposò He Zizhen, dopo che Yang Kaihui era stata uccisa nel 1930 da forze del Kuomintang.

Mao, con l'aiuto di Zhu De, costruì un modesto ma efficace esercito guerrigliero, intraprese esperimenti nella riforma rurale e nel governo, e fornì rifugio ai comunisti che sfuggivano alle purghe effettuate dalla destra nelle città. Sotto la crescente pressione attuata dalle campagne di accerchiamento del Kuomintang, ci fu una lotta di potere all'interno della dirigenza del Pcc. Mao venne rimosso dalla sua importante posizione e sostituito da esponenti (compreso Zhou Enlai) che apparivano fedeli alla linea ortodossa sostenuta da Mosca e rappresentata all'interno del partito da un gruppo noto come i “28 bolscevichi”.

Chiang Kai-shek, che aveva in precedenza assunto il controllo formale della Cina, in parte grazie alla "spedizione settentrionale", era determinato ad eliminare i membri del Pcc e i comunisti in genere. Per sfuggire alle forze del Kuomintang,  si impegnarono nella "Lunga Marcia", una ritirata da Jiangxi, nel sud-est, a Shaanxi, nel nord-ovest della Cina. Fu durante questo viaggio (da lui fatto su una portantina, leggendo libri), lungo 9.600 km e durato un anno, che Mao emerse come capo del Pcc, aiutato dalla Conferenza di Zunyi e dalla defezione di Zhou Enlai che gli divenne alleato.

Dalla sua base a Yan'an, Mao guidò la resistenza popolare contro i giapponesi nella Guerra Cino-Giapponese (1937-1945). Mao consolidò ulteriormente il potere sul Pcc nel 1942, lanciando la "Cheng Feng", o campagna di "Rettifica", contro i rivali interni al partito, come Wang Ming, Wang Shiwei, e Ding Ling. Sempre mentre era a Yan'an, Mao divorziò da He Zizhen e sposò l'attrice Lan Ping, che sarebbe divenuta nota con il nome di Jiang Qing.

Durante la guerra Cino-Giapponese, le strategie di Mao Zedong venivano avversate sia da Chiang Kai-shek che dagli Stati Uniti. Gli Usa consideravano Chiang come un importante alleato, in grado di aiutarli ad abbreviare la guerra impegnando i giapponesi in Cina. Chiang, per contro, cercava di costruire l'esercito della Repubblica di Cina, in funzione di un conflitto con i seguaci di Mao dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli Usa continuarono ad appoggiare Chiang Kai-shek, ora apertamente schierato contro l'Esercito di Liberazione Popolare guidato da Mao Zedong nella guerra civile per il controllo della Cina, come parte della loro politica di contenimento e sconfitta del "comunismo mondiale". Analogamente, la Russia diede aperto supporto a Mao con grandi forniture di armamenti.

Il 21 gennaio 1949, le forze del Kuomintang subirono enormi perdite contro l'"Armata Rossa" di Mao. All'alba del 10 dicembre 1949, l'esercito popolare aveva cinto d'assedio Chengdu, l'ultima città controllata dal Kuomintang nella Cina continentale, e Chiang Kai-shek fu costretto a trovare rifugio a Taiwan quello stesso giorno.

Dopo aver sconfitto i nazionalisti del Kuomintang nella guerra civile, i seguaci di Mao fondarono la Repubblica Popolare Cinese il 1 ottobre 1949, basata sul “blocco delle quattro classi” (contadini, operai, borghesia nazionalista, intellettuali progressisti). Fu il culmine di oltre due decenni di lotta popolare diretta dal Pcc. Dal 1954 al 1959, Mao fu Presidente della Rpc e del Pcc. Egli prese residenza a Zhongnanhai, un complesso vicino alla Città Proibita di Pechino, nel quale decise la costruzione di una piscina al coperto e di altri edifici. Durante la sua presidenza, Mao portò spesso avanti il suo lavoro mentre era a letto o dal bordo di una piscina, secondo quanto dichiarato dal dottor Li Zhisui che sostenne di essere stato il suo medico. (Li, The Life of Chairman Mao.) 

A seguito del consolidamento del potere, Mao avviò una fase di collettivizzazione rapida e forzata (accumulazione originaria del capitale), che durò all'incirca fino al 1958. Il Pcc introdusse un controllo dei prezzi che riuscì con successo a spezzare la spirale inflattiva della precedente Repubblica di Cina, ed una semplificazione della scrittura cinese che mirava ad aumentare l'alfabetizzazione. Le terre vennero ridistribuite dai proprietari terrieri ai contadini poveri e vennero intrapresi progetti di industrializzazione su larga scala, che contribuirono alla costruzione di una moderna infrastruttura nazionale. Durante questo periodo la Cina sostenne incrementi annui del Pil del 4-9%. Il Pcc adottò inoltre delle politiche intese a promuovere la scienza, i diritti delle donne (ad es. la campagna per sfasciarne i piedi) e delle minoranze, combattendo al tempo stesso l'uso di droghe e la prostituzione.

In questo periodo vennero portati avanti programmi quali la "Campagna dei Cento Fiori", nel quale Mao indicò la sua volontà di prendere in considerazione opinioni differenti su come doveva essere governata la Cina. Datagli la possibilità di esprimersi, molti cinesi iniziarono ad opporsi al Pcc e a metterne in discussione la leadership. Questo venne inizialmente tollerato e addirittura incoraggiato, poiché si pensava che la critica costruttiva sarebbe stata di beneficio al partito. Comunque, dopo pochi mesi, il governo di Mao ribaltò la sua politica: fece bloccare la campagna ed iniziò una battaglia contro gli oppositori. L'incarico di questa offensiva venne affidato a quello che venne successivamente chiamato Movimento Anti-Destra.

Nel 1958, Mao lancia il "grande balzo in avanti", un piano inteso come modello alternativo per la crescita economica, il quale contraddiceva il modello sovietico basato sull'industria pesante che veniva sostenuto da altri all'interno del Partito. In base a questo programma economico l'agricoltura cinese sarebbe stata collettivizata e la piccola industria rurale sarebbe stata incentivata. Nel mezzo del grande balzo, Khrushchev annullò il supporto tecnico russo. Sempre in quel periodo si ebbe anche una grave siccità, che aumentò le difficoltà. Il grande balzo finì nel 1960, dopo che la scarsità di alimentari afflisse sia la città natale del presidente che la stessa Zhongnanhai. Sia in Cina che fuori, il grande balzo in avanti fu una politica disastrosa che contribuì alla morte di milioni di persone.

Il ritiro dell'aiuto sovietico, le dispute di confine, quelle sul controllo del “movimento comunista” mondiale, e altre questioni riguardanti la politica estera, contribuirono alla rottura dei rapporti tra Cina e Russia negli anni '60, e alle polemiche successive.

A seguito di questa, altri membri del Pcc, compresi Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, decisero che Mao doveva essere privato del potere reale e rivestire solo un ruolo principalmente simbolico e cerimoniale. Essi cercarono di emarginare Mao, e nel 1959, Liu Shaoqi divenne Presidente dello stato, mentre Mao lasciò la carica, mantenendo quella di Presidente del Pcc.

Davanti al fatto di non essere più ascoltato sul piano politico, Mao rispose a Liu e Deng lanciando nel 1966 la Rivoluzione Culturale, nella quale la gerarchia di partito venne scavalcata, affidando il potere direttamente alle Guardie Rosse, gruppi di giovani, spesso adolescenti, che mettevano in piedi dei tribunali propri. La “rivoluzione culturale” portò alla distruzione di molto del patrimonio culturale "borghese" della Cina e all'imprigionamento di un gran numero di dissidenti cinesi, oltre ad altri sconvolgimenti sociali. Fu durante questo periodo che Mao scelse Lin Biao come suo successore, ma questi tuttavia tentò un colpo di stato militare nel 1971, che abortì con la sua morte in un incidente aereo. Da quel momento in poi, Mao perse fiducia in molti dei vertici del Pcc. La Rivoluzione Culturale ebbe un grande impatto sulla Cina ma Mao, che temeva la degenerazione del movimento, definì chiusa questa stagione nell'aprile del 1969, durante il IX congresso del partito (anche se la storia ufficiale della Repubblica Popolare Cinese ne indica la fine nel 1976, alla morte di Mao).

Negli ultimi anni della sua vita, Mao dovette affrontare una salute in declino, a causa del morbo di Parkinson o, secondo Li Zhisui, di un'altra malattia neuro-motoria, oltre ai danni ai polmoni causati dal fumo e ai problemi cardiaci, e rimase passivo mentre diverse fazioni del Pcc si mobilitavano nella lotta per il potere in previsione della sua morte. Quando Mao non potè più nuotare, la piscina coperta che aveva a Zhongnanhai venne convertita, sempre secondo Li Zhisui, in un grande salone d'accoglienza. Durante questo decennio, venne creato attorno a Mao un culto della personalità nel quale la sua immagine veniva mostrata ovunque e le sue citazioni venivano inserite in grassetto o in caratteri rossi anche nelle pubblicazioni più mondane.

Ormai stanco e malato, il "Grande Timoniere" iniziò una politica di avvicinamento all'Occidente che ebbe come risultati l'ingresso della Cina nell'ONU (1971) e la visita ufficiale nel 1972 del presidente Richard Nixon a Pechino. In seguito agli accordi SALT I dello stesso anno, iniziò anche un disgelo tra Mao e Leonid Brežnev: anche se non risolta definitivamente, la questione dei confini russo-cinesi non fu più un motivo di scontro tra le due superpotenze.

Dopo la sua morte, avvenuta il 9 settembre 1976, si svolse una lotta per il controllo del potere in Cina. Da una parte c'era la sinistra della Banda dei quattro, che voleva proseguire la politica di mobilitazione delle masse. Dall'altra la destra, che consisteva di due gruppi: i restaurazionisti guidati da Hua Guofeng, che sostenevano il ritorno ad una pianificazione centralizzata in stile staliniano, e i riformatori, guidati da Deng Xiaoping, che volevano una revisione dell'economia cinese, basata su politiche pragmatiche. Dopo l'arresto della Banda dei Quattro e l'iniziale dominio di Hua (che fino al 1980 sarebbe stato capo del governo e fino al 1981 guidò il Pcc), questa lotta fu vinta da Deng Xiaoping, il quale introdusse riforme economiche che si sono rivelate di ampio successo, aiutando la Cina a sostenere il più alto tasso di crescita economica del mondo negli ultimi decenni.

- V. anche: Jung Chang - Jon Halliday, «Mao, la storia sconosciuta1» (p.810), Alfred Knopf, New York.

Opere

Mao è l’autore delle Citazioni del Presidente Mao , note in occidente come "Il libretto rosso": si tratta di una collezione di estratti dai suoi discorsi e articoli. Mao scrisse diversi altri saggi politico-filosofici, sia prima che dopo aver assunto il potere. Questi comprendono:

  • Sulla pratica; 1937
  • Sulla contraddizione; 1937
  • Sulla nuova democrazia; 1940
  • Sulla letteratura e l'arte; 1942
  • Sulla corretta gestione delle contraddizioni tra il popolo. 1957

- Opere di Mao in 25 volumi

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(1) «Mao Tse-Tung, che per decadi esercitò un potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale, fu responsabile della morte di 70 milioni di persone, più di ogni altro leader del XX secolo». Inizia così «Mao, la storia sconosciuta», una monumentale biografia di 810 pagine che fa a pezzi il mito del leader della rivoluzione cinese descrivendolo come un tiranno peggiore di Hilter e Stalin. La scrittrice cinese Jung Chang - ex Guardia Rossa ed operaia metallurgica emigrata in Gran Bretagna nel 1978 - e il marito, l'accademico britannico Jon Halliday per dieci anni hanno raccolto testimonianze dirette e documenti inediti scontrandosi al momento della pubblicazione con la censura di Pechino e quindi scegliendo i tipi della Alfred Knopf di New York per far arrivare nelle librerie il frutto delle ricerche. Documentando, testimonianza per testimonianza, ogni affermazione Chang e Halliday fanno rivelazioni a pioggia.

Il partito comunista cinese non nacque nel 1921 - come generalmente si ritiene - ma un anno prima ed a fondarlo non fu Mao bensì due agenti dei servizi segreti sovietici: un russo di nome Nikolsky ed un olandese chiamato Maring, che aveva dimostrato affidabilità a Mosca come agitatore nelle Antille Olandesi. Alla prima riunione parteciparono tredici persone, nessuna era un contadino, ed il baffuto Maring fece il discorso principale, parlando per diverse ore, sempre in inglese. In quella fase iniziale il 94 per cento del bilancio del Pcc arrivava da Mosca e Mao riuscì a farsi spazio presentandosi al Cremlino come il più ossequioso dei servitori, arrivando a scrivere un telegramma che recitava: «L'ultimo ordine ricevuto dal Comintern era così straordinario che mi ha fatto saltare di gioia per 300 volte».

Celebrato dalla mitologia ufficiale cinese come un grande leader dei contadini ed un superbo stratega militare, Mao emerge piuttosto come un tiranno spietato. Nelle lettere inedite scoperte negli anni Novanta, la seconda moglie Yang Kaihui - uccisa da un rivale politico nel 1930 - si lamentava per la brutalità del marito. «Sono stanca di sentir sempre dire "uccidere, uccidere, uccidere". A temerlo di più erano i soldati dell'Esercito popolare perché un quarto di loro - secondo i documenti citati - venne massacrato durante il maoismo, spesso usando come metodo di eliminazione l'inserimento di barre incandescenti nel retto. Durante la Lunga Marcia, iniziata non per mobilitare le masse ma in quanto il generale nazionalista Chiang Kai-shek spinse i comunisti a intervenire nelle province ribelli del sud-est dove aveva timore di mandare i propri soldati, Mao quasi mai camminò a piedi facendosi piuttosto portare a spalla su un'apposita lettiga fatta con legni di bambù. Mao stesso lo raccontò dicendo che «durante la Lunga Marcia stavo steso su una lettiga e leggevo, leggevo molto». I portatori erano contadini che quando si trovavano a scalare le montagne dovevano procedere sulla neve muovendosi sulle ginocchia e lasciando spesso la propria carne sul terreno. Una delle più note battaglie della Lunga Marcia avvenne sul ponte Dadu con un attacco suicida che sarebbe costato la vita a molti combattenti ma gli autori citano prove relative a tutti i 22 protagonisti di quell'attacco, affermando che nessuno venne ferito mentre tutti ebbero in premio medaglie dell'Ordine di Lenin.

Costantemente girato verso Mosca, Mao vide con favore il patto di non aggressione russo-tedesco del 1939 augurandosi per la Cina la sorte della Polonia ovvero la spartizione a seguito di un'invasione di Stalin da cui contava di uscire trionfatore. A Seconda Guerra Mondiale finita Mao spinse la Corea del Nord ad attaccare il Sud e la scelta di inviare i propri militari al fronte nel 1952 si dovette da un lato alla volontà di decimare i reparti ancora di fede nazionalista e dall'altro ad un baratto con Mosca: in cambio dei soldati cinesi morti combattendo gli americani Mosca avrebbe fornito a Pechino aiuti in tecnologia.

Negli anni Cinquanta iniziò a teorizzare la carestia di massa, ovvero la più grande strage del Novecento. Voleva educare i contadini a mangiare di meno per risparmiare risorse: se ogni cinese consumava 200 kg di grano l'anno Mao era convinto che 140 kg erano ben più che sufficienti ed in alcuni casi ne sarebbero bastati appena 110 kg. Durante una visita a Mosca offrì il sacrificio delle vite di 300 milioni di cinesi in nome del comune sviluppo socialista e nel 1958 ammise che «metà della popolazione può morire» a causa dei lavori imposti dal Grande Balzo in Avanti. Nei quattro anni seguenti circa 100 milioni di contadini furono obbligati a costruire un complesso di dighe, riserve idriche e canali artificiali scavando una quantità di terra pari a 950 volte quella necessaria per la realizzazione del Canale di Suez. Ed adoperando sempre e solo picconi, vanghe e martelli. La rivoluzione culturale avrebbe aggiunto al terrore il caos.

Quando il 16 ottobre del 1964 Pechino riuscì a far esplodere la prima atomica Mao gioì al punto da comporre una poesia autografa: «La bomba atomica esplode quando le viene chiesto, che gioia infinita!». A tutto questo vi sono da aggiungere le congratulazioni a Pol Pot per lo sterminio dei contadini cambogiani, i finanziamenti a Fidel Castro, all'Albania di Enver Hoxa ed alle guerriglie in Africa, l'abbandono del Che Guevara ritenuto un rivale in popolarità, la repressione con ventimila soldati in Tibet contro i monaci del Dalai Lama e i flirt accennati in pubblico con Imelda Marcos, moglie del dittatore filippino. Nelle ultime pagine gli autori smontano anche la tesi che l'ultima moglie Jiang Qing lo avesse «manipolato» e descrivono invece con minuzia di dettagli la scelta di Mao di non curare Zhou Enlai all'inizio degli anni Settanta - quando si scoprì che aveva un tumore - per evitare che potesse sopravvivergli diventandone l'erede».

Fonte: www.lastampa.it (Del 24/10/2005 Sezione: Esteri Pag. 9)

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Vendredi 25 novembre 2005

Rieccheggia ogni tanto il nome di Stalin sulle colonne dei quotidiani... Un certo numero di gruppi di sinistra ne fa ancora un punto di riferimento ...  "rivoluzionario". Ma chi, e cosa, fu veramente Stalin?

Josif Vissarionovič Džugashvili nacque a Gori (Tiblisi), in Georgia, il 6 dicembre del 1878 (ma egli riteneva, e impose, come sua data di nascita quella del 21 dicembre 1879). Stalin, nome politico adottato all'età di 34 anni e che significa Uomo d'Acciaio, studiò per diventare prete sotto il suo vero nome, Džugashvili. Figlio di un calzolaio, si unì al Partito operaio socialdemocratico di Russia dopo essere stato espulso dalla scuola teologica per insubordinazione. Dopo la spaccatura del partito avvenuta nel 1903, egli divenne membro del partito bolscevico.

Stalin il rivoluzionario

Durante la sua gioventù Stalin ebbe continui problemi con le autorità locali. Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batumi, dove però venne subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tbilisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, A proposito dei dissensi nel partito, divenne direttore del periodico Notiziario dei lavoratori caucasici e in Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.

Durante la sua gioventù Stalin ebbe continui problemi con le autorità locali. Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batumi, dove però venne subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tbilisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, , divenne direttore del periodico e in Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.

Durante questo periodo egli assunse il soprannome Korba, un famoso bandito georgiano. Korba fuggì dalla sua prigionia in esilio parecchie volte, e dopo la sua ultima fuga egli trovò rifugio a San Pietroburgo, dove divenne, nel 1912, membro dello staff editoriale della Pravda, e membro del comitato centrale. Nello stesso anno definiva, nel saggio Il marxismo e il problema nazionale, le sue posizioni teoriche (non sempre, però, in linea con quelle di Lenin, di cui non comprendeva la battaglia contro i deviazionisti, né la decisione di prender parte alle elezioni per la Duma).
 
Nel giro di meno di un anno Stalin fu nuovamente arrestato ed esiliato in Siberia e venne liberato solo dopo l'amnistia generale emanata dopo la rivoluzione del febbraio. A questo punto egli tornò a ricoprire il suo ruolo nello staff editoriale della Pravda a Pietrogrado. Passato a Baku, dove fu in prima linea nel corso degli scioperi del 1908, Stalin venne di nuovo arrestato e deportato in Siberia; riuscì a fuggire, ma fu ripreso e internato (1913) a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimase per quattro anni, fino al marzo del 1917.

Tornato a Pietrogrado subito dopo l'abbattimento dell'assolutismo zarista, Stalin, insieme a  Kamenev e a Murianov, assunse la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione progressista contro i residui reazionari. Ma questa linea fu sconfessata dalle Tesi di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi Stalin, membro del comitato militare, non apparve in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entrò a far parte del nuovo governo provvisorio (il Consiglio dei commissari del popolo) con l'incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche. A lui si deve l'elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia.

Stalin l’organizzatore

Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, Stalin fu nominato commissario delle nazionalità. Durante il periodo della guerra civile, attraverso estese manovre burocratiche, egli salì gradualmente gli scalini del potere sovietico. Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin fu nominato, nell'aprile del 1918, plenipotenziario per i negoziati con l'Ucraina. Nella lotta contro i generali "bianchi", fu incaricato di occuparsi del fronte di Tsaritsyn (poi Stalingrado, oggi Volgograd) e, successivamente, di quello degli Urali. In queste circostanze diede prova di grande coraggio, ma anche di notevole insensibilità e rozzezza nei rapporti umani e di eccessiva presunzione e schematismo nel valutare le vicende dello scontro tra le forze contrapposte. Proprio questo sollevò le esplicite riserve di Lenin nei suoi confronti, manifestate nel c.d. testamento politico in cui accuserà Stalin di anteporre le proprie ambizioni personali all'interesse generale del movimento.

Nominato nel 1922 segretario generale del Comitato centrale, Stalin, unitosi a G. Zinovev e Kamenev (la famosa troika), seppe trasformare questa carica, di scarso rilievo all'origine, in un formidabile trampolino di lancio per affermare il suo potere personale all'interno del partito dopo la morte di Lenin (1924). Fu allora che nel contesto di una Russia devastata dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati, diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppiò violento il dissidio con Leon Trotsky, ostile alla NEP (nuova politica economica) e sostenitore dell'internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sosteneva invece che la "rivoluzione permanente" era una pura utopia e che la Russia doveva puntare alla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del "socialismo in un paese solo").

Stalin il nazionalista grande russo

Dopo la morte di Lenin, avvenuta nel 1924, un'ondata reazionaria si impadronì del governo sovietico. Stalin diffuse la sua teoria del "socialismo in un paese solo", in contrapposizione a tutti i principi basilari del marxismo. Questa teoria venne contrapposta alla teoria rivoluzionaria bolscevica della "rivoluzione permanente", secondo la quale sarebbe impossibile costruire il socialismo in uno stato isolato dal resto del mondo. La stessa Terza Internazionale da partito della rivoluzione mondiale viene trasformata in strumento di appoggio della Russia, appendice della sua politica nazionale.
 
Diversamente dai soliti dibatti interni, nei quali le diverse posizioni venivano rese pubbliche dai giornali di partito e discusse nei meeting e nei Soviet, il 'dibattito' venne tenuto in questa occasione completamente nascosto al pubblico, in modo da preservare un'apparenza di stabilità e di un sano governo. Le tesi di Stalin trionfarono soltanto nel 1927, quando infine il Comitato centrale si schierò sulle posizioni staliniane isolando Trotzkij (con il quale, nel corso del dibattito, avevano finito per associarsi anche Kamenev e Zinovev).
 
Nel 1927, dopo anni di manovre burocratiche, i membri del governo che erano parte dell'Opposizione di Sinistra vennero in larga parte deportati. Immediatamente dopo Stalin proclamò la sua teoria del social-fascismo, secondo la quale fascismo e teorie socialdemocratiche erano praticamente la stessa cosa. A seguito di questa teoria i membri delle organizzazioni socialdemocratiche (di cui i bolscevichi erano un tempo stati parte) vennero arrestati o deportati. Nel 1929 anche l'ala destra del partito, guidata da Bucharin, fu estromessa dagli stalinisti dal cosiddetto governo sovietico.

Stalin, agente dell'accumulazione capitalistica 

Con il 1928 iniziò l'"era di Stalin". Da quell'anno infatti la vicenda della sua persona si identificò con la storia dell'URSS, di cui fu l'onnipotente dittatore fino alla morte. Posto bruscamente termine alla NEP con la collettivizzazione forzata e meccanizzazione dell'agricoltura, soppresso il commercio privato (i kulaki arricchiti furono declassati a semplici contadini dei kolchoz o avviati a campi di lavoro), avviò il primo piano quinquennale (1928-32) che dava la precedenza all'industria pesante. Circa la metà del reddito nazionale fu dedicata all'opera di trasformazione di un Paese povero e arretrato in una grande potenza industriale. Furono fatte massicce importazioni di macchinari e chiamate alcune decine di migliaia di tecnici stranieri. Sorsero nuove città per ospitare gli operai (che in pochi anni passarono dal 17 al 33% della popolazione), mentre una fittissima rete di scuole debellava l'analfabetismo e preparava i nuovi tecnici. Il primo piano includeva anche una vasta opera di esecuzioni di massa, arresti e deportazioni.

Anche il secondo piano quinquennale (1933-37) diede la precedenza all'industria che compì un nuovo grande balzo in avanti; ma non altrettanto brillante fu il rendimento agricolo per cui, in concomitanza con l'entrata in vigore di una nuova Costituzione (1936), ne fu modificata la troppo rigida struttura. Quest'opera, indubbiamente gigantesca, di costruzione del capitalismo in un paese ancora in gran parte semi-feudale, corrispose un ferreo autoritarismo e un'implacabile intransigenza: ogni dissenso ideologico fu condannato come "complotto".

Stalin il contro-rivoluzionario

Dal 1934 al 1939 Stalin ordinò una spietata serie di esecuzioni ed imprigionamenti, in larga parte nei confronti di personaggi all'interno del governo sovietico. La metà dei membri del primo Consiglio dei commissari del popolo venne giustiziata nel 1938 (un quarto di essi erano già morti in precedenza di morte naturale, e dell'ultimo quarto solo Stalin sopravvisse oltre il 1942). Tra i giustiziati alcuni erano accusati d'essere agenti nazisti o comunque simpatizzanti hitleriani, altri vennero accusati di tradimento. I membri dell'Opposizione di Sinistra a cui era stato consentito di rientrare nelle file del partito dopo essersi piegati allo stalinismo, furono i primi ad essere eliminati; quelli di loro che rimasero all'estero vennero perseguitati ed uccisi. Anche ai membri dell'ala destra del partito (tra cui Bucharin ed altri) toccò la stessa fine. Per una breve lettura sulle purghe staliniane si consigliano Per una storia grafica del bolscevismo e Verso un bilancio sulle purghe di Lev Trotsky.
 
Le terribili "purghe" degli anni Trenta (successive al misterioso assassinio di S. Kirov) che videro la condanna a morte o a lunghi anni di carcere di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica, da Kamenev a Zinovev a Radek a Sokolnikov a J. Pjatakov; da N. Bucharin e Rijkov a G. Jagoda e a M. Tuchacevskij, in totale 35.000 sottoufficiali, ufficiali, generali e marescialli su 80.000 che componevano l'Armata Rossa.

Secondo le stime del KGB del 1960 681.692 (venne riferito poi che nel periodo 1937-39 furono 684.244) persone vennero fucilate nel periodo 1937 - 1938 e circa altre 350.000 persone nel 1936 - 1937, per cui le vittime totali del "grande terrore" staliniano superano il milione di persone. Inoltre già nel 1929 - 1933 ci fu la prima ondata di terrore contro i Kulaki e ne vennero uccisi un numero incalcolato. Nel 1945 continuò la repressione, che durò fino alla morte di Stalin e le vittime furono moltissime, per un rotale di 3 o forse 4 milioni di persone uccise sotto Stalin.

Ammessa alla Società delle Nazioni nel 1934, l'URSS avanzò proposte di disarmo generale e cercò di favorire una stretta collaborazione antifascista sia fra i vari Paesi sia al loro interno (politica dei "fronti popolari"). Nel 1935 concluse patti di amicizia e reciproca assistenza con la Francia e la Cecoslovacchia; l'anno successivo appoggiò con aiuti militari la Spagna repubblicana contro Franco (e contro i rivoluzionari spagnoli). Ma il Patto di Monaco (1938) costituì un duro colpo per la politica "collaborazionista" di Stalin che a Litvinov sostituì Vyacheslav Molotov (1939) e alla linea possibilista alternò una politica puramente realistica, neo-imperialistica. Nel 1943 sciolse l’Internazionale “comunista”, ormai putrefatta (verrà sostituita dal Cominform nel 1947).

Durante la seconda guerra mondiale Stalin arrivò ad un'alleanza, nella forma di 'patto di non aggressione' (e promesse di spartizione della Polonia), con la Germania nazista (patto Ribbentropp-Molotov). Solo dopo la rottura del patto da parte di Hitler la Russia staliniana entrò ufficialmente in guerra contro di essa. Grazie all’abnegazione e al sacrificio di milioni di operai e contadini, la Russia uscì vittoriosa nel confronto con l’imperialismo tedesco. Alle Conferenze di Yalta e Postdam, Stalin partecipò, quale vincitore, al banchetto della divisione del mondo con gli Usa e Gb.
 
Nel secondo dopoguerra, entrò in contrasto con la Federazione Yugoslava e il suo presidente, Tito. Due “socialismi nazionali” non potevano andare d’accordo tra loro, soprattutto visto le mire imperialiste della Russia. La Yugoslavia fu esclusa nel novembre 1949 dal Cominform, e Stalin accolse a Mosca, in dicembre, Mao, in rappresentanza della Cina che aveva raggiunto la propria indipendenza nello stesso anno.
 
Stalin muore a Mosca il 5 marzo 1953. Al momento della sua morte, il mito della “Russia socialista” era ormai diventato un mito indiscusso e suggestivo (grazie soprattutto al sacrificio di milioni di soldati russi, morti combattendo contro i nazisti); e Stalin passò alla storia come il costruttore del primo stato socialista. Ma Stalin non è stato il “costruttore” del socialismo. Egli non poteva “costruire” nessun socialismo, perché la trasformazione del capitalismo in socialismo non può avvenire in un solo paese, per di più arretrato come era la Russia, ma in più paesi, abolendo le frontiere nazionali.
 
Chi, e cosa, fu , allora, Stalin? Egli è stato l’artefice di un capitalismo di Stato (soprattutto per la grande industria), che ha fatto della Russia arretrata e semi-feudale una potenza imperialistica mondiale, il padre della Russia moderna. Ma ancor prima di ciò, egli è stato uno sterminatore di rivoluzionari e l’affossatore del marxismo-leninismo.
 
V. anche Bordiga: Dialogato con Stalin 

 

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Vendredi 18 novembre 2005
La «maggioranza» abolisce le residue vestigia della Costituzione

La «riforma dell’assetto costituzionale» istituzionalizza la prassi presidenzialista e la personalizzazione della politica, trasformando gli «organi costituzionali» in «strumenti amministrativi». È una mascheratura giuridica della nuova forma di Stato reazionario: dello “Stato rentier” degli sciacalli e avvoltoi del capitalismo parassitario, decentrato nelle spese e ancor più accentrato nella spartizione dei profitti, nella gestione del terrore verso le masse sempre più sfruttate e oppresse.

Premierato, senato federale, “devolution”, diventano i nuovi cardini istituzionali della carta costituzionale. Il 17 novembre il Senato ha approvato, in via definitiva, la riforma dell’assetto costituzionale. Hanno votato a favore 170 senatori; 132 hanno espresso voto contrario. Ora sulla strada della c.d. “devolution” rimane solo l'ostacolo del referendum confermativo previsto dalla Costituzione per le riforme alla carta fondamentale (è sufficiente un'intesa tra almeno cinque consigli regionali: i primi a mobilitarsi sono stati quelli di Campania, Calabria, Lazio ed Emilia Romagna).

Questi i cardini del riassetto.

1º) Premier forte - Aumentano vistosamente i poteri del primo ministro. La sua elezione, di fatto è un'elezione diretta: nelle elezioni i candidati premier si collegano ai candidati all'elezione della camera. Sulla base dei risultati il capo dello stato nomina primo ministro il leader della coalizione vincente. Per insediarsi non ha bisogno della fiducia della Camera. Tra i suoi poteri, quello di nomina e revoca dei ministri e quello di sciogliere la Camera. Di fronte a questa decisione, però, i deputati della maggioranza (senza “ribaltoni”) hanno il potere di indicare un nuovo premier. Se invece la camera vota una mozione di sfiducia contro il primo ministro, c'è lo scioglimento automatico dell'assemblea.

2º) Parlamento - È composto dalla Camera dei deputati, il cui numero viene abbassato da 630 a 518 (poi a 400) componenti e 12 deputati degli italiani all'estero, e resta in carica cinque anni; e dal Senato federale, i cui membri scendono da 315 a 252 (poi a 200), più 6 rappresentanti degli italiani all'estero, è eletto a suffragio universale e diretto su base regionale e resta in carica cinque anni. Il posto dei senatori a vita passa ai deputati a vita che scendono da 5 a 3. Il Senato federale cambia natura. L'assemblea dei senatori perde il potere di sfiduciare il premier, che resta, con nuove regole, esclusiva della Camera. L'elezione del Senato avviene contestualmente a quella dei consigli regionali. In caso di scioglimento anticipato di un consiglio regionale, il nuovo resta in carica solo fino alla fine della legislatura del Senato.

3º) L’iter legislativo - Viene meno la doppia votazione. La Camera approva le leggi riservate allo Stato. Il Senato ha trenta giorni per proporre modifiche; ma la parola definitiva spetta alla Camera.
Il Senato invece esamina le leggi sulle materie concorrenti, riservate alla competenza dello Stato e delle Regioni, ma anche le leggi di bilancio e la finanziaria. La Camera può chiedere di riesaminarle (su richiesta dei due quinti dei deputati). In questo caso la Camera ha 30 giorni per fare modifiche; ma l’ultima parola spetta al Senato. Infine Camera e Senato legiferano alla pari sui diritti civili e sociali.

4º) “Devolution” - Alle Regioni viene affidata la legislazione esclusiva: su sanità, organizzazione scolastica e definizione dei programmi scolastici di interesse specifico della Regione, polizia amministrativa regionale e locale. Il Governo può bloccare una legge regionale quando questa pregiudica l’interesse nazionale. Della questione si occupa il Senato; se la Regione non cambia la legge incriminata, il Senato può chiedere al capo dello stato di abrogarla.

5º) Presidente della Repubblica – E’ garante della Costituzione e rappresenta l'unità federale della nazione. Può inviare messaggi alle Camere, promulga le leggi, indice i referendum, nomina i presidenti delle authority, ha il comando delle forze armate, presiede il Csm e ne designa il vicepresidente, presiede il consiglio supremo della difesa, può concedere la grazia e commutare pene (senza necessità di proposta e controfirma del ministro della Giustizia). Perde invece il potere di autorizzare la presentazione alle Camere dei disegni di legge del governo, quello di sciogliere le Camere e quello di scegliere il primo ministro. Il presidente della Repubblica è eletto dall'assemblea della repubblica, composta da deputati, senatori, presidenti delle regioni e da tre delegati per ciascun consiglio regionale. L'età per essere eletto scende a 40 anni.

6°) Roma capitale - A Roma viene riconosciuto lo status di capitale della Repubblica federale. Gode di una sua autonomia sulle materie di competenza regionale, nei limiti stabiliti dallo Statuto della Regione Lazio.

7º) Corte Costituzionale - I giudici costituzionali sono 15: quattro li nomina il capo dello Stato, quattro la magistratura, sette il Senato federale integrato dai presidenti delle Regioni. Prevista l'incompatibilità tra incarico di giudici e membro del Parlamento o di un consiglio regionale. Dalla scadenza dell'incarico, i giudici non potranno per cinque anni entrare nel governo, nel Parlamento e ricoprire incarichi pubblici.

8º) Consiglio superiore della magistratura - Con le nuove regole i componenti del Csm sono eletti per un terzo dal Senato federale (integrato dai presidenti delle regioni) e per due terzi dalla magistratura.

A pieno regime dal 2011 - La riforma entrerà in vigore dalla prossima legislatura. Ma solo dal 2011 la parte riguardante la riduzione dei parlamentari e la contestualità dell'elezione del Senato e delle Regioni.

Quorum per referendum costituzionale - Cambiano le regole per il referendum confermativo delle leggi costituzionali. Perchè sia valido dovrà votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Altra novità: il referendum potrà essere chiesto anche se la legge costituzionale viene approvata in Parlamento con la maggioranza dei due terzi: in questo caso non c'è bisogno di alcun quorum per la validità del referendum.

Nuove regioni - Per cinque anni dopo l'entrata in vigore delle riforme, sarà possibile dar vita a nuove regioni (purchè abbiano almeno un milione di abitanti) con una procedura semplificata rispetto a quella attuale.

Quanti giudizi e commenti si stanno sprecando sulla rottura del patto costituzionale, sulla signoria del premier nei confronti del parlamento, sulla disunione della patria, sulla conflittualità tra i corpi dello Stato, sulla disgregazione territoriale, ecc. ecc.. Non c’è bonzo della connivente e vile opposizione che non individui un vulnus, una lacerazione. Ma il riassetto costituzionale deciso, non solo contiene queste rotture e contraddizioni; va molto più lontano. È una mascheratura giuridica, peraltro iniziale, della nuova forma di Stato reazionario, di recentissimo impianto.

- Contro la devoluzione, rivoluzione!

- Abbattere lo Stato reazionario del capitale parassitario, per la dittatura del proletariato!

(Libera rielaborazione dell'editoriale di Rivoluzione comunista, gen.mar.2005)
Riferimenti: Governo, partiti e classi in Italia
Par s.b. - Publié dans : La crisi di regime
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Vendredi 18 novembre 2005
Va di moda criticare l’uso di termini, quali “proletario”, “borghese”, lotta di classe, ecc. in quanto sarebbero – secondo i commentatori – desueti e, soprattutto, inadeguati.

Va premesso che ogni termine nel momento stesso in cui cerca di definire una realtà, in questo caso sociale e in continuo movimento, pecca per difetto e per eccesso. Per difetto, in quanto la realtà è sempre più ricca e complessa di quanto si possa immaginare, e quindi definire (e non c’è bisogno di scomodare Einstein, che lo ha ripetuto più volte, o Spinoza). Per eccesso, in quanto ogni definizione è al contempo una generalizzazione, mentre la realtà “quotidiana” ci dà esempi concreti, i più vari, ma al contempo più circoscritti, delimitati e soprattutto spuri. Pertanto, non solo i termini “incriminati”, ma qualunque termine soffre di queste “patologie”, cioè invecchia non appena coniato (perché la realtà cambia subito dopo), e risulta più o meno inadeguato ogni qual volta lo si applica a realtà storicamente determinate.

Ciò premesso, e concentrandoci per ora sul primo termine “incriminato”, proletario significa letteralmente “proprietario dei (soli) propri figli”. Senza andare troppo a ritroso nei tempi (anche se potrebbe risultarne interessante la ricerca storico-etimologica), mi pare verosimile che il termine sia stato coniato soprattutto avendo in mente il contadino povero, cioè privo di strumenti di lavoro e della terra, il quale più figli faceva (fare a sua moglie) e più aiutanti nel lavoro dei campi (degli altri) avrebbe avuto. Il termine, poi, è andato estendendosi agli operai delle manifatture e delle fabbriche, i quali possedevano (e vendevano) solo la propria capacità lavorativa (forza-lavoro, secondo Marx). E’, infine, divenuto famoso e universalmente conosciuto (e riconosciuto) con l’uscita, nel 1848, del “Manifesto del Partito comunista” di Marx ed Engels, che si concludeva coll’ arci-noto motto “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.

Questo termine, da allora è stato usato milioni, forse miliardi di volte, in tutte le occasioni, dalla Comune di Parigi del 1871 alla Rivoluzione russa dell’ottobre 1917, e in tutti i tentativi rivoluzionari che le hanno seguite. Sinceramente, non si vede per quale motivo oggi come oggi non lo si debba più usare, anche e soprattutto perché non ha sostituti migliori (e con tale lunga e gloriosa storia alle spalle). Forse perché non è “in”? Perché nei salotti bene e tra gli intellettuali non va più di moda? Non ci pare motivo degno, né tanto meno sufficiente. Quando, e tra non molto, anche in Italia (perché in America Latina, per es. è molto attuale) tornerà in auge, lo farà in modo così travolgente che lascerà senza fiato i suoi detrattori.

Un problema più serio concerne l’attualità del termine proletario come descrittivo di una realtà sociale relativa all’operaio occidentale in genere, dei nostri tempi. Nel senso se sia adatto o meno a rappresentare una realtà complessa, che varia dall’operaio disoccupato dei bassi napoletani all’operaio “aristocratico” milanese, passando per una miriade di figure sociali intermedie. Ciò che balza all’evidenza è che non vi è identità tra i due termini, proletario ed operaio (ma abbiamo visto che non lo è stato neppure storicamente). Uno può essere proletario senza essere operaio (il disoccupato, in quanto tale, non “opera”; il pensionato ex-operaio non opera più; ecc.); mentre l’operaio proprietario di uno o più appartamenti, e che per giunta “gioca” in borsa, chiamarlo proletario fa fischiare le orecchie, anche se resta comunque operaio se ogni mattina deve alzarsi e andare a lavorare (cioè se il salario resta comunque la sua base reddituale unica o quantomeno principale).

Gira e rigira, resta sempre valida l’affermazione marxista classica secondo la quale il “proletario non ha niente da perdere se non le sue catene”. A livello mondiale (Africa, Asia, America Latina), non ci piove. Nell’occidente capitalistico, nonostante tutte le delocalizzazioni, la terziarizzazione e l’imborghesimento operaio, il proletariato resta tale, anche se può – di volta in volta – avere la pelle nera o scura o gialla, oppure parlare in lingua turca (in Germania), in arabo (in Francia), in rumeno o albanese (Italia), oppure in dialetto napoletano, calabrese o siciliano; e, infine, aver goduto per qualche anno di una condizione di pseudo-possidente precario. Dopo tre anni di crisi ininterrotta, se non si son venduto tutto, poco ci manca.

Per quanto riguarda i tentativi di sostituire il termine proletariato, che dà effettivamente fastidio a tanti, e soprattutto a chi ne fa parte, con altri più “in”, si può citare quello del prof. Negri il quale cerca da qualche anno di sostituirlo con il termine “moltitudine”. Non è questo il luogo per demistificare questa operazione di parassitismo sociale, legata alla richiesta di un “reddito di cittadinanza”. Qui è sufficiente osservare che col termine moltitudine sparisce ogni distinzione di classe: i possessori, diretti o indiretti, dei mezzi di produzione (i borghesi) e i possessori della propria forza-lavoro (i proletari), vanno tutti a braccetto in una marcia trionfale contro ... l’”Impero” che, per chi non lo sapesse, è un organismo sovra-statale e sovra-nazionale bio-politico (?!). Con tutto il rispetto per il prof. noi, da buoni ignoranti, restiamo fedeli al nostro vecchio e demodé termine di “proletariato” (o, se preferite, di “canaglia pezzente”, come recitava un vecchio canto operaio), e alla “bio-politica” preferiamo la vecchia ma non arrugginita lotta di classe.
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Vendredi 18 novembre 2005
 
(Rubrica in continuo aggiornamento)

La storia finora esistita è (stata) storia di lotte di classi. Si tratta della “storia scritta” (e descritta dagli storiografi padronali), cioè della c.d. “civiltà” padronale, basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e di distribuzione, nelle varie forme assunte dalla stessa: principalmente (in occidente) come società schiavistica, feudale, capitalistica. Il filo rosso di questa storia, normalmente “subìta” dalle classi dominate, è costituito dalla lotta di classe, in particolar modo dalle rivoluzioni: cioè dai quei punti o periodi di discontinuità nei quali la classe sfruttata diviene la protagonista della storia. Una storia veramente e quotidianamente “agita” (e non solo descritta) dall’umanità intera, e non solo da una sua parte estremamente minoritaria, deve ancora venire: le rivolte anti-padronali, i moti proletari, le rivoluzioni che hanno scandito il corso della storia padronale costituiscono l’eccezione che conferma la regola (il dominio di classe), ma sono anticipatrici, costituiscono i mattoni della nuova costruzione storica, del comunismo.

Il filo rosso delle rivoluzioni anti-padronali si dipana dalla rivolta anti-schiavistica di Spartaco (Roma antica) alla insurrezione anti-imperialistica dell’ottobre 2003 in Bolivia (e ripresa di recente). Esso lega, col suo filo intinto del sangue dei suoi gloriosi combattenti, tutte le successive rivolte anti-schiavistiche nell’impero romano che hanno accompagnato la nascita del cristianesimo; le rivolte anti-feudali di tutto il medioevo, passando per la “guerra dei contadini” in Germania; fino ai movimenti proletari che hanno contribuito alle rivoluzioni borghesi in Inghilterra (1648) e Francia (1789); alla vittoriosa rivoluzione anti-schiavistica e anti-francese di Haiti (1791-1803); ai movimenti rivoluzionari in Venezuela (Simon Bolivar) e in tutta l’America Latina nel corso dell’800; i moti rivoluzionari del 1830-34 e del 1848; la prima rivoluzione proletaria della storia, la Comune di Parigi (1871); la grande rivoluzione russa (1905; 1917-23); i ripetuti tentativi rivoluzionari in Germania (1918-1923) e Cina (1925-27); il tentativo insurrezionale in Grecia nel secondo dopoguerra; la rivolta operaia di Berlino Est (1953); e quelle di Polonia e Ungheria (1956); il “maggio francese” del 1968, e il periodo di sconvolgimento sociale mondiale che ne è seguito (1968-1977); il tentativo rivoluzionario in Iran (1978), schiacciato dalla contro-rivoluzione khomenista: questi i momenti principali in cui “il demone della rivoluzione è scappato dalla gabbia”.

- Il comunismo pre-marxista

- I sanculotti: Parigi 1795

- I canuts di Lione: 1834

- La rivolta dei tessitori slesiani (4-6 giugno 1844)

- Uno spettro s'aggira per l'Europa (1848)

- 22-25 giugno 1848: l'insurrezione operaia di Parigi

- La Comune di Parigi: 18 marzo 1871

- I moti per il pane a Milano: 6-9 maggio 1898

- Lenin e la rivoluzione d'ottobre

- Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918-1923

- La rivoluzione in Italia (1920-21)

- La rivoluzione in Cina: 1925-27

- Ottobre 1934: la Comune delle Asturie

- La guerra civile in Spagna (1936-39)

- La rivolta operaia di Berlino est (16-17 giugno 1953)

- La rivolta degli operai polacchi di Poznam (28 giugno 1956)

- La rivolta ungherese: 23/10 - 16/11/1956

- Genova: 30 giugno - 2 luglio 1960

- La rivolta operaia di piazza Statuto a Torino (7-9 luglio 1962)

- Italia, anni '70: le cifre di una "piccola" guerra civile

- Rivoluzione e contro-rivoluzione in Iran (1978-79)

- L'ottobre rosso in Bolivia (2003)

- America Latina, fucina della rivoluzione mondiale (2004)
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Riferimenti L'Internazionale
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Vendredi 18 novembre 2005

Nessun testo (o ipertesto), anche il migliore, può sostituire la lettura, lo studio, dei migliori libri. Informarsi, implica prima di tutto l’esigenza di formarsi, nell’ottica di una formazione continua. Per questo, il presente sito contiene una Bibliografia essenziale, cioè un elenco di libri che si ritiene indispensabili da leggere, da studiare, da consultare, per un corretto orientamento storico e sociale nella realtà contemporanea.

Senza studiare in continuazione; senza aggiornarsi di continuo; senza partecipare quotidianamente alla vita sociale; senza attività tenace di lotta per migliorare la società in cui viviamo, denunciarne le storture e le ingiustizie; senza immaginare creativamente nuove soluzioni ai problemi sociali e nuove forme di società; quanto pubblicato su questo sito a nulla servirà. Al fine di posizionarci nel nostro oggi, ma in un contesto storico umano, nel sito troverete una Cronologia sintetica, che parte dall’uomo preistorico e porta alla barbarie presente della nostra civiltà della miseria di massa, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della violenza organizzata di un pugno di affaristi contro le masse popolari di tutto il mondo.

Questo sito è stato, infine, creato per aiutare soprattutto i giovani di oggi a non farsi ingabbiare dal conformismo, dall’apatia, dal genericismo, e dall’ignoranza imposti dal sistema; anche quando essi vengono sospinti nelle piazze a manifestare il loro sdegno contro le più evidenti contraddizioni sociali. Per questo motivo troverete un Dizionarietto, che contiene una definizione (alle volte, solo un tentativo di definizione) dei termini più comunemente usati (anzi, abusati) nell’analisi economica e sociale.

Ogni singolo post viene, di volta in volta, quando occorre e nei limiti del possibile, aggiornato. Pertanto, anche se lo avete già letto, se l'argomento vi interessa in modo particolare, provate a cliccarlo ancora: potreste trovare delle sorprese.
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Il sito è improntato al marxismo, cioè al materialismo storico e dialettico

Il marxismo è il sistema di pensiero elaborato da Marx ed Engels, e aggiornato soprattutto da Lenin. Marx, Engels e Lenin costituiscono l’ossatura, la struttura portante di quello che si può definire il marxismo classico.

Il materialismo, in genere, è la concezione filosofica per cui la realtà precede la sua rappresentazione (il suo contrario è l’idealismo, per il quale le idee precedono la realtà).

Il materialismo dialettico è una corrente particolare del materialismo, che si distingue dalle altre (m. ingenuo, meccanico, volgare; detti anche naturalismo, meccanicismo o determinismo; empirismo) per l’uso del metodo dialettico, introdotto nella filosofia moderna dall’idealista tedesco Hegel. Secondo il materialismo dialettico, le idee vanno astratte dalla realtà, e ricondotte sempre nella realtà, la quale è in continuo cambiamento secondo determinate leggi.

Il materialismo storico, è l’applicazione della concezione materialistica e del metodo dialettico alla storia umana. Secondo il m.s., la storia degli uomini è la storia del lavoro umano, dei loro modi di produrre la propria vita materiale, dell’organizzazione sociale e politica scaturente e funzionale al lavoro sociale.

Tutto quello che c’è (lo spero) nel sito di buono, è merito dei fondatori di questa linea di pensiero e di lotta (Marx, Engels, Lenin) e degli Autori che vengono indicati nella Bibliografia. Tutto ciò che, ahimé, è impreciso, scorretto o addirittura sbagliato, è solo merito mio.
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L'essenza del marxismo

Marx, in una lettera a J.Weidemeyer del 5 marzo 1852, precisa egli stesso il contenuto originale della sua teoria con queste parole:

"ciò che io ho fatto di nuovo, è di aver dimostrato:

- 1) che l'esistenza delle classi si riferisce solo a certe fasi storiche di sviluppo della produzione;

- 2) che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato;

- 3) che questa stessa dittatura non è se non la transizione alla soppressione di tutte le classi e alla società senza classi".

Pertanto, l'essenziale nella dottrina di Marx non è la lotta di classe, ma la dittatura del proletariato.
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Comunismo

"Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente."
(Marx ed Engels).

"Il comunismo non è una dottrina ma un movimento, non muove da principii ma da fatti. I comunisti non hanno come presupposto questa o quella filosofia, ma tutta la storia, specialmente i suoi ultimi risultati reali nei paesi moderni. Il comunismo è nato dalla grande industria e dalle sue conseguenze, dal mercato mondiale, dalla concorrenza libera da ostacoli, dalle crisi sempre più violente e generali, dalla concentrazione del capitale, dallo sviluppo del proletariato e dalla lotta di classe che ne deriva. Il comunismo, per ciò che concerne la teoria, è l'espressione teorica di ciò che il proletariato rappresenta in questa lotta"
(Friedrich Engels).
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Glossario del materialismo dialettico

Dialettica (in filosofia): dottrina della contraddizione, elaborata dal filosofo tedesco Hegel in chiave idealistica, come insieme di pure leggi del pensiero. Marx ed Engels, dopo aver capovolto la teoria hegeliana, che poggiava sulla testa, riportandola coi piedi per terra, hanno conservato e riconsiderato la dialettica come scienza dei rapporti reciproci tra Materia e Movimento (v. Materialismo dialettico). La dialettica "copre" tutto il pensiero filosofico: lo studio dettagliato delle leggi del pensiero restano di competenza della logica formale; quello delle leggi della natura (ivi compreso l’uomo) della scienza.

Dialettica (leggi della): le leggi della dialettica sono ricavate, per astrazione, tanto dalla storia della natura come da quella delle società umane. Esse non sono altro che le leggi più generali di entrambe queste fasi dell’evoluzione, e del pensiero stesso.
Le leggi della dialettica si riducono, fondamentalmente, a tre.
- 1) legge della conversione della quantità in qualità, e viceversa;
- 2) legge della compenetrazione degli opposti;
- 3) legge della negazione della negazione.

Materia (in filosofia): è una categoria filosofica utilizzata per indicare la realtà obiettiva. Come la materia è costituita, le forme che assume, le sue trasformazioni, ecc. è l’oggetto delle scienze (fisica, chimica, biologia, astronomia, ecc.).

Materialismo (filosofico): corrente di pensiero secondo la quale la realtà obiettiva esiste indipendentemente dall’uomo, nella mente del quale essa si riflette mediante i suoi sensi. Si contrappone all’Idealismo (l’Idea, o lo Spirito, precede l’Essere, o la Materia, e lo plasma). Per il materialismo, il mondo è più ricco, più vivo, più vario di quanto si possa immaginare, giacchè ogni progresso della scienza ne scopre nuovi aspetti (e indica l’esistenza di altri aspetti ancora sconosciuti e prima inimmaginabili). Per il materialismo, le nostre sensazioni sono l’immagine dell’unica e ultima realtà obiettiva, ultima non perché sia conosciuta a fondo, ma perché non c’è e non può esserci altra realtà all’infuori di quella.

Materialismo dialettico: è il Materialismo per il quale, secondo Marx ed Engels, la realtà obiettiva è Materia in Movimento: non cè materia senza movimento, né movimento senza materia. Il criterio di verifica della correttezza delle nostre sensazioni e delle nostre ipotesi è la Prassi (o "Praxis"). Il pensiero umano, per sua natura, è capace di darci, e ci da effettivamente, la verità assoluta, che è formata dalla somma delle verità relative. Ogni passo nello sviluppo della scienza aggiunge nuovi granelli a questa sommatoria di verità assoluta, ma i limiti della verità di ogni tesi scientifica sono relativi, giacché vengono ora allargati, ora ristretti, col progredire della conoscenza.

Movimento: modo di esistere della materia. Comprende in sè tutti i mutamenti e i processi che hanno luogo nell'universo, dal semplice spostamento fino al pensiero.

Prassi (o Praxis): è la pratica sociale, il lavoro collettivo, quale termine di verifica delle nostre sensazioni e delle nostre ipotesi. Il criterio della pratica umana ("praxis", cioè l’esperienza continua del lavoro sociale) non può mai confermare o confutare completamente una rappresentazione umana, qualunque essa sia. E’ un criterio relativo, che ci avvicina gradualmente alla verità assoluta (le modalità di essere e di esistenza della realtà obiettiva) come limite, irraggiungibile e sempre raggiunto, attraverso singole verità relative.

La praxis non va confusa con la mera esperienza individuale (fonte del buon senso, ma anche di molti pregiudizi), né tanto meno con l’osservazione (esperienza passiva della realtà esterna), o con lo sperimentalismo (metodo scientifico moderno, che riproduce in laboratorio i fenomeni esterni). La praxis è, in sostanza, attività lavorativa sociale; realizzazione pratico-sociale delle idee; applicazione concreta di determinate ipotesi; e, quindi, verifica pratica delle stesse.

La prassi economica, è il lavoro sociale storicamente determinato a seconda dei modi di produzione. La prassi scientifica è data soprattutto dall’applicazione tecnologica della scienza. La prassi politico-sociale per eccellenza consiste nell'attività rivoluzionaria.

Par s.b. - Publié dans : Presentazione
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