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Storia

Vendredi 8 décembre 2006

Riproposto il volume di C.L.R. James «I giacobini neri», un classico della storiografia sociale. Pagine rigorose e avvincenti per ricostruire la rivoluzione antischiavista che portò alla cacciata dei francesi e alla fondazione della Repubblica di Haiti. Un grande sommovimento sociale che dai Caraibi si diffuse negli Usa, cambiando la storia mondiale. Per poi essere rimnosso dalla storia dei vincitori  (Alessandro Portelli).

Ci sono libri che spostano radicalmente l'idea occidentale della storia, l'immagine che l'Occidente ha di sé, che mettono il margine e la periferia al centro, in maniera talmente radicale che la nostra cultura fa praticamente finta che non esistano. Due di questi libri uscirono sul finire degli anni '30: Black Reconstruction in America di W. E. B. DuBois, e The Black Jacobins. Toussaint L'Ouverture and the San Domingo Revolution di C.L.R. James. I loro autori sono due giganti del ventesimo secolo, ma per la maggior parte dei nostri storici e politologi potrebbero anche non esistere. E forse non esistono veramente: dopo tutto, non erano neanche bianchi, e per di più - ciascuno a modo suo e in tempi diversi - sono stati tutti e due comunisti e partecipi con un altro comunista, George Padmore (già:«chi era costui?»), delle origini del movimento panafricano e anticolonialista.

In Black Reconstruction, tuttora mai tradotto in italiano (ne tratta una piccola e preziosa monografia di Lauso Zagato, che risale al 1975), W. E. B. DuBois spazzava via la versione etnocentrica della guerra civile americana: lungi dall'essere passivamente liberati dalla benevolenza di Lincoln e del Nord, gli afroamericani hanno avuto un ruolo decisivo nella propria liberazione e nell'esito della guerra.
 
È stato quello che DuBois chiamava lo «sciopero generale» degli schiavi, la loro fuga in massa verso le file dei soldati nordisti, a far crollare l'apparato produttivo del Sud ribelle e decidere una guerra che il Nord non riusciva a vincere. Gli schiavi, gli afroamericani, insomma, non sono stati oggetto di una storia monopolizzata dai bianchi e dalle classi dominanti, ma protagonisti della propria liberazione e, con essa, della storia intera.

Il vento della libertà

Tre anni dopo, C. L. R. James fa un passo avanti: è la storia intera del nostro mondo che ruota attorno alle vicende di un'isola caraibica, Santo Domingo, e al protagonismo degli schiavi che conquistarono la libertà e fondarono la prima repubblica africana, Haiti. I giacobini neri era già uscito molti anni fa, e ritorna oggi nella traduzione di Raffaele Petrilli rivista e adattata da Filippo Del Lucchese, con introduzione di Sandro Chignola e una postfazione dello scrittore americano Madison Smartt Bell (Derive Approdi, pp. 363, euro 25).

Sul finire del '700, spiega James, Santo Domingo era la «più bella colonia del mondo» e, per questo, un inferno di orrore schiavista. Grande quasi quanto l'Irlanda, divisa fra la Francia e la Spagna, Santo Domingo stava all'economia settecentesca dello zucchero e del cotone un po' come il Bahrein e il Kuwait stanno a quella novecentesca del petrolio: una fonte apparentemente inesauribile di ricchezza, estratta con brutalità assoluta tanto nei confronti della terra quanto nei confronti di quella merce umana importata dall'Africa talmente a buon mercato che era più conveniente ammazzare uno schiavo irrispettoso e comprarne un altro che adattarsi a tollerarlo.

Ma anche su questa isola spira sul volgere del secolo il vento della libertà e della rivoluzione. Gli Stati Uniti hanno appena conquistato l'indipendenza; e la madrepatria francese è nel pieno della sua grande rivoluzione. James segue con minuzia rabbiosa gli andirivieni, le contraddizioni, le discussioni di una Francia rivoluzionaria dove la borghesia rivendica la libertà, le masse proletarie parigine spingono per l'uguaglianza, e la questione della schiavitù è la cartina di tornasole su cui si misura la verità della rivoluzione. Dopo tutto, le navi cariche di schiavi all'andata e di zucchero al ritorno sono di proprietà dei grandi borghesi rivoluzionari di Nantes; e persino i bianchi e mulatti schiavisti di Santo Domingo si identificano con la repubblica.

Ma i veri «giacobini», suggerisce James, non stanno a Parigi, ma nelle piantagioni e nelle montagne di Haiti. Qui, come più tardi in Virginia e in Georgia, saranno proprio gli schiavi - analfabeti, appena arrivati dall'Africa, trattati da subumani e semiselvaggi - a incarnare, a portare fino in fondo e a rendere possibili quei valori di libertà che i loro padroni rivendicano per sé fingendo di ritenerli universali (subito dopo la dichiarazione d'indipendenza, in cui Thomas Jefferson e i coloni americani proclamavano che «tutti gli uomini sono creati uguali», furono inondati di lettere e petizioni dei loro schiavi e dei neri liberi che dicevano, in sostanza: benissimo, d'accordo, quando si comincia? Naturalmente, ci volle una guerra, e non bastò nemmeno).

C.L.R. James racconta una storia complicata, spesso confusa, di alleanze e rotture, tanto fra bianchi, mulatti e neri a Santo Domingo quanto fra le diverse anime di classe della rivoluzione in Francia (con in mezzo i tentativi dell'Inghilterra, patria della libertà, di inserirsi e mettere le mani sulla più ricca colonia del mondo). È una guerra senza esclusione di colpi, di massacri e tradimenti da tutte le parti, durata dodici anni finché ogni compromesso è spazzato via e ai neri ribelli non resta altra scelta che l'indipendenza e la repubblica.

Un immenso sommovimento

Al centro dell'analisi di James sta una difficile relazione: da un lato, i fattori di classe, trattati con rigore marxiano d'altri tempi, ma tuttora sostanzialmente persuasivi nel disegno generale; dall'altro, una personalità eccezionale, Toussaint L'Ouverture, un altro di quei grandi protagonisti della storia umana di cui la nostra cultura finge di ignorare l'esistenza.

Anche per questo, avrei preferito che invece del sottotitolo che gli è stato dato nell'edizione italiana La prima rivolta contro l'uomo bianco fosse stato mantenuto quello originale: Toussaint L'Ouverture e la rivoluzione di Santo Domingo. Un po' perché questa rivoluzione ha cercato fino all'ultimo di non avere come antagonista «l'uomo bianco» (ce n'erano diversi fra i consiglieri e gli aiutanti di Toussaint) ma un'istituzione e un rapporto di classe: la schiavitù. Soprattutto, perché il nodo problematico su cui James insiste è proprio quello del rapporto fra il singolo «grande uomo» Toussaint e un immenso sommovimento sociale collettivo, una grande vicenda di masse. «Non fu Toussaint a fare la rivoluzione - scrive infine James -, ma la rivoluzione a fare Toussaint»; c'è una copla di fandango rivoluzionario andaluso che dice, «qui ci vorrebbe un Fidel come a Cuba, ma dobbiamo sapere che un popolo che sa quello che vuole partorisce un proprio Fidel»). Io aggiungerei che la rivoluzione ha fatto Toussaint perché altrimenti non poteva fare se stessa.

Toussaint aveva quarant'anni e si chiamava Toussaint Breda quando, non senza esitazioni, si unisce alla rivolta iniziata dal cimarron voodoo Boukman, prende il nome di L'Ouverture come a dire che adesso si apre un'epoca nuova, e presto ne diventa il capo carismatico indiscusso.

C'è qualcosa di doloroso quando James osserva che senza le straordinarie circostanze storiche in cui si trovarono a vivere, grandi protagonisti come Toussaint, Christophe, Dessalines avrebbero vissuto e sarebbero morti inosservati, trattati fino alla fine solo come fidati, innocui subalterni e servitori. (Nel 1821, ispirata in gran parte dalle vicende di Haiti, si prepara a Charleston, South Carolina, una rivolta di schiavi. Quando Rolla, uno dei capi, è arrestato, il suo padrone disse: non ci posso credere; era il mio schiavo più fidato, gli ho tante volte affidato la mia famiglia. Gli chiede: ma che intenzioni avevi? E Rolla: piantarti la spada nella pancia e tagliarti la testa, a te e a tutti i tuoi. Senza quel tentativo di rivolta, anche Rolla sarebbe stato ricordato solo come un fedele e fidato domestico. Quanto furore si annida nell'anima di tanti oppressi che non incontrano le circostanze adatte?).

Una personalità sociale

La Francia rivoluzionaria abolisce la schiavitù in ritardo, quasi per caso e un po' pentendosene; Napoleone la restaura ma ormai è troppo tardi, e gli eserciti che manda per domare Santo Domingo vengono distrutti dalle febbri e dai ribelli neri (Toussaint paga con la libertà e la vita l'essersi fidato della Francia rivoluzionaria; e Dessalines completerà il lavoro senza scrupoli e senza pietà). Ed è qui che il mondo gira attorno alla centralità di Haiti. Ricordiamoci: la Francia era allora padrona della ricca e fertile valle del Mississippi, da New Orleans (Orléans, appunto) al confine canadese (attraverso luoghi chiamati Saint Louis, Louisville, D'etroits, Sault Sainte Marie, Des Moines...) e non si era ancora rassegnata alla recente perdita del Canada.

Il recupero di Santo Domingo è allora la pietra angolare di un disegno imperiale francese dai Caraibi al circolo polare artico, attraverso la valle del Mississippi e il Canada riconquistato nella guerra contro gli inglesi. Sono gli schiavi neri di Haiti a far saltare questa visione: senza la preziosa Santo Domingo, non ne vale più la pena. Guardate: nel 1802, Haiti è indipendente; nel 1803, Napoleone svende tutta la valle del Mississippi ai neonati Stati Uniti, per quattro centesimi l'acro. Sconfitta dai suoi schiavi, la Francia abbandona il Nord America. Il resto - la frontiera, l'espansione, l'egemonia degli Stati Uniti - è la storia dell'Occidente fino a noi. Ma attorno ad Haiti ruota una storia controfattuale che sarebbe piaciuta a Philip K. Dick: e se Haiti avesse perso, sarebbe il francese oggi la lingua egemone?

Gli schiavi fuggiaschi della Georgia, gli schiavi rivoluzionari di Santo Domingo non hanno scritto episodi marginali, magari entusiasmanti, della nostra storia. L'hanno fatta loro.

Post scriptum. Sulle pagine culturali di Repubblica del 3 novembre, un corrispondente letterario da New York commemora William Styron scrivendo che «Nelle Confessioni di Nat Turner affrontò l'abominio della schiavitù attraverso gli occhi di un personaggio immaginario di un afro-americano che tentò una ribellione nei confronti dei "padroni"». A parte le inspiegabili virgolette (i padroni erano letteralmente tali: proprietari degli schiavi), forse vale la pena di informarlo che Nat Turner non è «immaginario» per niente: si è ribellato, ha terrorizzato il Sud, è stato sconfitto ed è stato giustiziato nel 1831 lasciando una memorabile narrazione di sé. Ma Nat Turner è altrettanto inconcepibile di Toussaint e Dessalines, e di George Padmore: semplicemente, ci rifiutiamo di accettare la loro esistenza, la loro rivolta, la loro intelligenza. D'altronde, questo è lo stesso critico che anni fa sulle stesse pagine sbeffeggiava intellettuali neri come Henry Louis Gates, Jr. e Kwame Appiah perché la loro Encyclopaedia Africana dava troppo spazio, pensate, al «giocatore di cricket» C. L. R. James.

(il manifesto, 7.12.06)
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V. anche: la voce Haiti su Wikipedia 

Par s.b.
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Lundi 1 mai 2006

Mao Zedong, scritto anche Mao Tse-Tung, (26 dicembre 1893 - 9 settembre 1976) fu presidente del “Partito comunista cinese” (Pcc) dal 1935 alla sua morte. Sotto la sua guida, il partito salì al governo della Cina continentale, come risultato della sua vittoria nella guerra civile cinese e della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (di cui fu presidente) nel 1949.

Mao sviluppò una versione “cinesizzata” dello stalinismo (capitalismo di stato spacciato per socialismo in un solo paese), nota come Maoismo, e che sta allo stalinismo più o meno come l’accumulazione originaria capitalistica francese sta a quella inglese.

Mao Zedong viene comunemente chiamato Presidente Mao (毛主席, Mao Zhuxi). Ai vertici del suo culto della personalità, Mao era comunemente noto in Cina come il "Quattro volte grande": "Grande Maestro, Grande Capo, Grande Comandante Supremo, Grande Timoniere (伟大导师,伟大领袖,伟大统帅,伟大舵手)".

Ultimo di quattro figli di una famiglia di coltivatori agricoli moderatamente prospera, Mao Zedong nacque nel villaggio di Shaoshan, nella Contea di Xiangtan (湘潭縣), Provincia di Hunan. I suoi antentati vi erano migrati dalla provincia di Jiangxi, durante l'epoca della Dinastia Ming, e si erano dedicati all'agricoltura per generazioni.

Dopo essersi diplomato alla Scuola Normale di Hunan nel 1918, Mao viaggiò a Pechino con il suo insegnante delle superiori e futuro suocero, Professor Yang Changji (杨昌济), durante il "movimento del quattro maggio", quando Yang tenne delle lezioni all'Università di Pechino. Seguendo le raccomandazioni di Yang, Mao lavorò sotto Li Dazhao, direttore della biblioteca universitaria, e presenziò ai discorsi di Chen Duxiu. Mentre lavorava per la biblioteca dell'Università di Pechino come assistente bibliotecario, Mao acquistò il gusto per i libri, che mantenne negli anni successivi. Sempre a Pechino sposò la prima moglie, Yang Kaihui, una studentessa universitaria e figlia di Yang Changji. (Quando Mao aveva 14 anni, suo padre gli aveva organizzato un matrimonio con una compaesana, Luo Shi [羅氏], ma Mao non riconobbe mai quel matrimonio.)

Invece di trasferirsi all'estero come molti dei suoi compatrioti radicali, Mao spese l'inizio degli anni '20 viaggiando attraverso la Cina, e infine fece ritorno nello Hunan, dove prese a guidare la promozione di manifestazioni per i diritti dei lavoratori.

All'età di 27 anni, Mao partecipò al primo congresso del Partito Comunista Cinese a Shanghai (luglio 1921). Due anni dopo venne eletto nel comitato centrale del partito, nel corso del terzo congresso.

Durante il primo fronte unito Kuomintang-Pcc, Mao funse da direttore dell'Istituto di Addestramento dei Contadini del Kuomintang (il Partito Nazionalista), e all'inizio del 1927 venne inviato nella Provincia di Hunan per relazionare sulle recenti sollevazioni contadine avvenute alla luce della "spedizione settentrionale". La relazione che Mao produsse da questa indagine è il primo importante mattone della teoria maoista.

Durante questo periodo, Mao sviluppò molte delle sue teorie politiche. Concetto basilare era la sua visione dei contadini come sorgente della rivoluzione. Per il marxismo la classe operaia è la forza motrice della rivoluzione. Mao invece sosteneva che nel caso della Cina era la classe contadina quella dalla quale si sarebbe sviluppata la rivoluzione. Mao si rifece anche alle teorie di Hegel e Marx, per abbozzare una sua versione del materialismo dialettico. In questo periodo, Mao sviluppò anche la teoria a tre stadi della guerriglia e il concetto di "dittatura democratica del popolo".

Mao sfuggì al terrore bianco nella primavera/estate del 1927 e guidò la sfortunata rivolta del raccolto autunnale a Changsha, nello Hunan, in autunno. Mao sopravvisse a malapena a questo rovescio (sfuggì alle sue guardie mentre veniva portato ad essere giustiziato) ed assieme alla sua malandata banda di leali guerriglieri trovò rifugio nelle Montagne dello Jinggang, nella Cina sud-orientale. Li, dal 1931 al 1934, Mao aiutò a fondare la Repubblica Sovietica Cinese della quale venne eletto presidente. Fu in questo periodo che Mao sposò He Zizhen, dopo che Yang Kaihui era stata uccisa nel 1930 da forze del Kuomintang.

Mao, con l'aiuto di Zhu De, costruì un modesto ma efficace esercito guerrigliero, intraprese esperimenti nella riforma rurale e nel governo, e fornì rifugio ai comunisti che sfuggivano alle purghe effettuate dalla destra nelle città. Sotto la crescente pressione attuata dalle campagne di accerchiamento del Kuomintang, ci fu una lotta di potere all'interno della dirigenza del Pcc. Mao venne rimosso dalla sua importante posizione e sostituito da esponenti (compreso Zhou Enlai) che apparivano fedeli alla linea ortodossa sostenuta da Mosca e rappresentata all'interno del partito da un gruppo noto come i “28 bolscevichi”.

Chiang Kai-shek, che aveva in precedenza assunto il controllo formale della Cina, in parte grazie alla "spedizione settentrionale", era determinato ad eliminare i membri del Pcc e i comunisti in genere. Per sfuggire alle forze del Kuomintang,  si impegnarono nella "Lunga Marcia", una ritirata da Jiangxi, nel sud-est, a Shaanxi, nel nord-ovest della Cina. Fu durante questo viaggio (da lui fatto su una portantina, leggendo libri), lungo 9.600 km e durato un anno, che Mao emerse come capo del Pcc, aiutato dalla Conferenza di Zunyi e dalla defezione di Zhou Enlai che gli divenne alleato.

Dalla sua base a Yan'an, Mao guidò la resistenza popolare contro i giapponesi nella Guerra Cino-Giapponese (1937-1945). Mao consolidò ulteriormente il potere sul Pcc nel 1942, lanciando la "Cheng Feng", o campagna di "Rettifica", contro i rivali interni al partito, come Wang Ming, Wang Shiwei, e Ding Ling. Sempre mentre era a Yan'an, Mao divorziò da He Zizhen e sposò l'attrice Lan Ping, che sarebbe divenuta nota con il nome di Jiang Qing.

Durante la guerra Cino-Giapponese, le strategie di Mao Zedong venivano avversate sia da Chiang Kai-shek che dagli Stati Uniti. Gli Usa consideravano Chiang come un importante alleato, in grado di aiutarli ad abbreviare la guerra impegnando i giapponesi in Cina. Chiang, per contro, cercava di costruire l'esercito della Repubblica di Cina, in funzione di un conflitto con i seguaci di Mao dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli Usa continuarono ad appoggiare Chiang Kai-shek, ora apertamente schierato contro l'Esercito di Liberazione Popolare guidato da Mao Zedong nella guerra civile per il controllo della Cina, come parte della loro politica di contenimento e sconfitta del "comunismo mondiale". Analogamente, la Russia diede aperto supporto a Mao con grandi forniture di armamenti.

Il 21 gennaio 1949, le forze del Kuomintang subirono enormi perdite contro l'"Armata Rossa" di Mao. All'alba del 10 dicembre 1949, l'esercito popolare aveva cinto d'assedio Chengdu, l'ultima città controllata dal Kuomintang nella Cina continentale, e Chiang Kai-shek fu costretto a trovare rifugio a Taiwan quello stesso giorno.

Dopo aver sconfitto i nazionalisti del Kuomintang nella guerra civile, i seguaci di Mao fondarono la Repubblica Popolare Cinese il 1 ottobre 1949, basata sul “blocco delle quattro classi” (contadini, operai, borghesia nazionalista, intellettuali progressisti). Fu il culmine di oltre due decenni di lotta popolare diretta dal Pcc. Dal 1954 al 1959, Mao fu Presidente della Rpc e del Pcc. Egli prese residenza a Zhongnanhai, un complesso vicino alla Città Proibita di Pechino, nel quale decise la costruzione di una piscina al coperto e di altri edifici. Durante la sua presidenza, Mao portò spesso avanti il suo lavoro mentre era a letto o dal bordo di una piscina, secondo quanto dichiarato dal dottor Li Zhisui che sostenne di essere stato il suo medico. (Li, The Life of Chairman Mao.) 

A seguito del consolidamento del potere, Mao avviò una fase di collettivizzazione rapida e forzata (accumulazione originaria del capitale), che durò all'incirca fino al 1958. Il Pcc introdusse un controllo dei prezzi che riuscì con successo a spezzare la spirale inflattiva della precedente Repubblica di Cina, ed una semplificazione della scrittura cinese che mirava ad aumentare l'alfabetizzazione. Le terre vennero ridistribuite dai proprietari terrieri ai contadini poveri e vennero intrapresi progetti di industrializzazione su larga scala, che contribuirono alla costruzione di una moderna infrastruttura nazionale. Durante questo periodo la Cina sostenne incrementi annui del Pil del 4-9%. Il Pcc adottò inoltre delle politiche intese a promuovere la scienza, i diritti delle donne (ad es. la campagna per sfasciarne i piedi) e delle minoranze, combattendo al tempo stesso l'uso di droghe e la prostituzione.

In questo periodo vennero portati avanti programmi quali la "Campagna dei Cento Fiori", nel quale Mao indicò la sua volontà di prendere in considerazione opinioni differenti su come doveva essere governata la Cina. Datagli la possibilità di esprimersi, molti cinesi iniziarono ad opporsi al Pcc e a metterne in discussione la leadership. Questo venne inizialmente tollerato e addirittura incoraggiato, poiché si pensava che la critica costruttiva sarebbe stata di beneficio al partito. Comunque, dopo pochi mesi, il governo di Mao ribaltò la sua politica: fece bloccare la campagna ed iniziò una battaglia contro gli oppositori. L'incarico di questa offensiva venne affidato a quello che venne successivamente chiamato Movimento Anti-Destra.

Nel 1958, Mao lancia il "grande balzo in avanti", un piano inteso come modello alternativo per la crescita economica, il quale contraddiceva il modello sovietico basato sull'industria pesante che veniva sostenuto da altri all'interno del Partito. In base a questo programma economico l'agricoltura cinese sarebbe stata collettivizata e la piccola industria rurale sarebbe stata incentivata. Nel mezzo del grande balzo, Khrushchev annullò il supporto tecnico russo. Sempre in quel periodo si ebbe anche una grave siccità, che aumentò le difficoltà. Il grande balzo finì nel 1960, dopo che la scarsità di alimentari afflisse sia la città natale del presidente che la stessa Zhongnanhai. Sia in Cina che fuori, il grande balzo in avanti fu una politica disastrosa che contribuì alla morte di milioni di persone.

Il ritiro dell'aiuto sovietico, le dispute di confine, quelle sul controllo del “movimento comunista” mondiale, e altre questioni riguardanti la politica estera, contribuirono alla rottura dei rapporti tra Cina e Russia negli anni '60, e alle polemiche successive.

A seguito di questa, altri membri del Pcc, compresi Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, decisero che Mao doveva essere privato del potere reale e rivestire solo un ruolo principalmente simbolico e cerimoniale. Essi cercarono di emarginare Mao, e nel 1959, Liu Shaoqi divenne Presidente dello stato, mentre Mao lasciò la carica, mantenendo quella di Presidente del Pcc.

Davanti al fatto di non essere più ascoltato sul piano politico, Mao rispose a Liu e Deng lanciando nel 1966 la Rivoluzione Culturale, nella quale la gerarchia di partito venne scavalcata, affidando il potere direttamente alle Guardie Rosse, gruppi di giovani, spesso adolescenti, che mettevano in piedi dei tribunali propri. La “rivoluzione culturale” portò alla distruzione di molto del patrimonio culturale "borghese" della Cina e all'imprigionamento di un gran numero di dissidenti cinesi, oltre ad altri sconvolgimenti sociali. Fu durante questo periodo che Mao scelse Lin Biao come suo successore, ma questi tuttavia tentò un colpo di stato militare nel 1971, che abortì con la sua morte in un incidente aereo. Da quel momento in poi, Mao perse fiducia in molti dei vertici del Pcc. La Rivoluzione Culturale ebbe un grande impatto sulla Cina ma Mao, che temeva la degenerazione del movimento, definì chiusa questa stagione nell'aprile del 1969, durante il IX congresso del partito (anche se la storia ufficiale della Repubblica Popolare Cinese ne indica la fine nel 1976, alla morte di Mao).

Negli ultimi anni della sua vita, Mao dovette affrontare una salute in declino, a causa del morbo di Parkinson o, secondo Li Zhisui, di un'altra malattia neuro-motoria, oltre ai danni ai polmoni causati dal fumo e ai problemi cardiaci, e rimase passivo mentre diverse fazioni del Pcc si mobilitavano nella lotta per il potere in previsione della sua morte. Quando Mao non potè più nuotare, la piscina coperta che aveva a Zhongnanhai venne convertita, sempre secondo Li Zhisui, in un grande salone d'accoglienza. Durante questo decennio, venne creato attorno a Mao un culto della personalità nel quale la sua immagine veniva mostrata ovunque e le sue citazioni venivano inserite in grassetto o in caratteri rossi anche nelle pubblicazioni più mondane.

Ormai stanco e malato, il "Grande Timoniere" iniziò una politica di avvicinamento all'Occidente che ebbe come risultati l'ingresso della Cina nell'ONU (1971) e la visita ufficiale nel 1972 del presidente Richard Nixon a Pechino. In seguito agli accordi SALT I dello stesso anno, iniziò anche un disgelo tra Mao e Leonid Brežnev: anche se non risolta definitivamente, la questione dei confini russo-cinesi non fu più un motivo di scontro tra le due superpotenze.

Dopo la sua morte, avvenuta il 9 settembre 1976, si svolse una lotta per il controllo del potere in Cina. Da una parte c'era la sinistra della Banda dei quattro, che voleva proseguire la politica di mobilitazione delle masse. Dall'altra la destra, che consisteva di due gruppi: i restaurazionisti guidati da Hua Guofeng, che sostenevano il ritorno ad una pianificazione centralizzata in stile staliniano, e i riformatori, guidati da Deng Xiaoping, che volevano una revisione dell'economia cinese, basata su politiche pragmatiche. Dopo l'arresto della Banda dei Quattro e l'iniziale dominio di Hua (che fino al 1980 sarebbe stato capo del governo e fino al 1981 guidò il Pcc), questa lotta fu vinta da Deng Xiaoping, il quale introdusse riforme economiche che si sono rivelate di ampio successo, aiutando la Cina a sostenere il più alto tasso di crescita economica del mondo negli ultimi decenni.

- V. anche: Jung Chang - Jon Halliday, «Mao, la storia sconosciuta1» (p.810), Alfred Knopf, New York.

Opere

Mao è l’autore delle Citazioni del Presidente Mao , note in occidente come "Il libretto rosso": si tratta di una collezione di estratti dai suoi discorsi e articoli. Mao scrisse diversi altri saggi politico-filosofici, sia prima che dopo aver assunto il potere. Questi comprendono:

  • Sulla pratica; 1937
  • Sulla contraddizione; 1937
  • Sulla nuova democrazia; 1940
  • Sulla letteratura e l'arte; 1942
  • Sulla corretta gestione delle contraddizioni tra il popolo. 1957

- Opere di Mao in 25 volumi

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(1) «Mao Tse-Tung, che per decadi esercitò un potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale, fu responsabile della morte di 70 milioni di persone, più di ogni altro leader del XX secolo». Inizia così «Mao, la storia sconosciuta», una monumentale biografia di 810 pagine che fa a pezzi il mito del leader della rivoluzione cinese descrivendolo come un tiranno peggiore di Hilter e Stalin. La scrittrice cinese Jung Chang - ex Guardia Rossa ed operaia metallurgica emigrata in Gran Bretagna nel 1978 - e il marito, l'accademico britannico Jon Halliday per dieci anni hanno raccolto testimonianze dirette e documenti inediti scontrandosi al momento della pubblicazione con la censura di Pechino e quindi scegliendo i tipi della Alfred Knopf di New York per far arrivare nelle librerie il frutto delle ricerche. Documentando, testimonianza per testimonianza, ogni affermazione Chang e Halliday fanno rivelazioni a pioggia.

Il partito comunista cinese non nacque nel 1921 - come generalmente si ritiene - ma un anno prima ed a fondarlo non fu Mao bensì due agenti dei servizi segreti sovietici: un russo di nome Nikolsky ed un olandese chiamato Maring, che aveva dimostrato affidabilità a Mosca come agitatore nelle Antille Olandesi. Alla prima riunione parteciparono tredici persone, nessuna era un contadino, ed il baffuto Maring fece il discorso principale, parlando per diverse ore, sempre in inglese. In quella fase iniziale il 94 per cento del bilancio del Pcc arrivava da Mosca e Mao riuscì a farsi spazio presentandosi al Cremlino come il più ossequioso dei servitori, arrivando a scrivere un telegramma che recitava: «L'ultimo ordine ricevuto dal Comintern era così straordinario che mi ha fatto saltare di gioia per 300 volte».

Celebrato dalla mitologia ufficiale cinese come un grande leader dei contadini ed un superbo stratega militare, Mao emerge piuttosto come un tiranno spietato. Nelle lettere inedite scoperte negli anni Novanta, la seconda moglie Yang Kaihui - uccisa da un rivale politico nel 1930 - si lamentava per la brutalità del marito. «Sono stanca di sentir sempre dire "uccidere, uccidere, uccidere". A temerlo di più erano i soldati dell'Esercito popolare perché un quarto di loro - secondo i documenti citati - venne massacrato durante il maoismo, spesso usando come metodo di eliminazione l'inserimento di barre incandescenti nel retto. Durante la Lunga Marcia, iniziata non per mobilitare le masse ma in quanto il generale nazionalista Chiang Kai-shek spinse i comunisti a intervenire nelle province ribelli del sud-est dove aveva timore di mandare i propri soldati, Mao quasi mai camminò a piedi facendosi piuttosto portare a spalla su un'apposita lettiga fatta con legni di bambù. Mao stesso lo raccontò dicendo che «durante la Lunga Marcia stavo steso su una lettiga e leggevo, leggevo molto». I portatori erano contadini che quando si trovavano a scalare le montagne dovevano procedere sulla neve muovendosi sulle ginocchia e lasciando spesso la propria carne sul terreno. Una delle più note battaglie della Lunga Marcia avvenne sul ponte Dadu con un attacco suicida che sarebbe costato la vita a molti combattenti ma gli autori citano prove relative a tutti i 22 protagonisti di quell'attacco, affermando che nessuno venne ferito mentre tutti ebbero in premio medaglie dell'Ordine di Lenin.

Costantemente girato verso Mosca, Mao vide con favore il patto di non aggressione russo-tedesco del 1939 augurandosi per la Cina la sorte della Polonia ovvero la spartizione a seguito di un'invasione di Stalin da cui contava di uscire trionfatore. A Seconda Guerra Mondiale finita Mao spinse la Corea del Nord ad attaccare il Sud e la scelta di inviare i propri militari al fronte nel 1952 si dovette da un lato alla volontà di decimare i reparti ancora di fede nazionalista e dall'altro ad un baratto con Mosca: in cambio dei soldati cinesi morti combattendo gli americani Mosca avrebbe fornito a Pechino aiuti in tecnologia.

Negli anni Cinquanta iniziò a teorizzare la carestia di massa, ovvero la più grande strage del Novecento. Voleva educare i contadini a mangiare di meno per risparmiare risorse: se ogni cinese consumava 200 kg di grano l'anno Mao era convinto che 140 kg erano ben più che sufficienti ed in alcuni casi ne sarebbero bastati appena 110 kg. Durante una visita a Mosca offrì il sacrificio delle vite di 300 milioni di cinesi in nome del comune sviluppo socialista e nel 1958 ammise che «metà della popolazione può morire» a causa dei lavori imposti dal Grande Balzo in Avanti. Nei quattro anni seguenti circa 100 milioni di contadini furono obbligati a costruire un complesso di dighe, riserve idriche e canali artificiali scavando una quantità di terra pari a 950 volte quella necessaria per la realizzazione del Canale di Suez. Ed adoperando sempre e solo picconi, vanghe e martelli. La rivoluzione culturale avrebbe aggiunto al terrore il caos.

Quando il 16 ottobre del 1964 Pechino riuscì a far esplodere la prima atomica Mao gioì al punto da comporre una poesia autografa: «La bomba atomica esplode quando le viene chiesto, che gioia infinita!». A tutto questo vi sono da aggiungere le congratulazioni a Pol Pot per lo sterminio dei contadini cambogiani, i finanziamenti a Fidel Castro, all'Albania di Enver Hoxa ed alle guerriglie in Africa, l'abbandono del Che Guevara ritenuto un rivale in popolarità, la repressione con ventimila soldati in Tibet contro i monaci del Dalai Lama e i flirt accennati in pubblico con Imelda Marcos, moglie del dittatore filippino. Nelle ultime pagine gli autori smontano anche la tesi che l'ultima moglie Jiang Qing lo avesse «manipolato» e descrivono invece con minuzia di dettagli la scelta di Mao di non curare Zhou Enlai all'inizio degli anni Settanta - quando si scoprì che aveva un tumore - per evitare che potesse sopravvivergli diventandone l'erede».

Fonte: www.lastampa.it (Del 24/10/2005 Sezione: Esteri Pag. 9)

Par s.b.
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Vendredi 25 novembre 2005

Rieccheggia ogni tanto il nome di Stalin sulle colonne dei quotidiani... Un certo numero di gruppi di sinistra ne fa ancora un punto di riferimento ...  "rivoluzionario". Ma chi, e cosa, fu veramente Stalin?

Josif Vissarionovič Džugashvili nacque a Gori (Tiblisi), in Georgia, il 6 dicembre del 1878 (ma egli riteneva, e impose, come sua data di nascita quella del 21 dicembre 1879). Stalin, nome politico adottato all'età di 34 anni e che significa Uomo d'Acciaio, studiò per diventare prete sotto il suo vero nome, Džugashvili. Figlio di un calzolaio, si unì al Partito operaio socialdemocratico di Russia dopo essere stato espulso dalla scuola teologica per insubordinazione. Dopo la spaccatura del partito avvenuta nel 1903, egli divenne membro del partito bolscevico.

Stalin il rivoluzionario

Durante la sua gioventù Stalin ebbe continui problemi con le autorità locali. Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batumi, dove però venne subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tbilisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, A proposito dei dissensi nel partito, divenne direttore del periodico Notiziario dei lavoratori caucasici e in Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.

Durante la sua gioventù Stalin ebbe continui problemi con le autorità locali. Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batumi, dove però venne subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tbilisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, , divenne direttore del periodico e in Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.

Durante questo periodo egli assunse il soprannome Korba, un famoso bandito georgiano. Korba fuggì dalla sua prigionia in esilio parecchie volte, e dopo la sua ultima fuga egli trovò rifugio a San Pietroburgo, dove divenne, nel 1912, membro dello staff editoriale della Pravda, e membro del comitato centrale. Nello stesso anno definiva, nel saggio Il marxismo e il problema nazionale, le sue posizioni teoriche (non sempre, però, in linea con quelle di Lenin, di cui non comprendeva la battaglia contro i deviazionisti, né la decisione di prender parte alle elezioni per la Duma).
 
Nel giro di meno di un anno Stalin fu nuovamente arrestato ed esiliato in Siberia e venne liberato solo dopo l'amnistia generale emanata dopo la rivoluzione del febbraio. A questo punto egli tornò a ricoprire il suo ruolo nello staff editoriale della Pravda a Pietrogrado. Passato a Baku, dove fu in prima linea nel corso degli scioperi del 1908, Stalin venne di nuovo arrestato e deportato in Siberia; riuscì a fuggire, ma fu ripreso e internato (1913) a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimase per quattro anni, fino al marzo del 1917.

Tornato a Pietrogrado subito dopo l'abbattimento dell'assolutismo zarista, Stalin, insieme a  Kamenev e a Murianov, assunse la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione progressista contro i residui reazionari. Ma questa linea fu sconfessata dalle Tesi di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi Stalin, membro del comitato militare, non apparve in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entrò a far parte del nuovo governo provvisorio (il Consiglio dei commissari del popolo) con l'incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche. A lui si deve l'elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia.

Stalin l’organizzatore

Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, Stalin fu nominato commissario delle nazionalità. Durante il periodo della guerra civile, attraverso estese manovre burocratiche, egli salì gradualmente gli scalini del potere sovietico. Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin fu nominato, nell'aprile del 1918, plenipotenziario per i negoziati con l'Ucraina. Nella lotta contro i generali "bianchi", fu incaricato di occuparsi del fronte di Tsaritsyn (poi Stalingrado, oggi Volgograd) e, successivamente, di quello degli Urali. In queste circostanze diede prova di grande coraggio, ma anche di notevole insensibilità e rozzezza nei rapporti umani e di eccessiva presunzione e schematismo nel valutare le vicende dello scontro tra le forze contrapposte. Proprio questo sollevò le esplicite riserve di Lenin nei suoi confronti, manifestate nel c.d. testamento politico in cui accuserà Stalin di anteporre le proprie ambizioni personali all'interesse generale del movimento.

Nominato nel 1922 segretario generale del Comitato centrale, Stalin, unitosi a G. Zinovev e Kamenev (la famosa troika), seppe trasformare questa carica, di scarso rilievo all'origine, in un formidabile trampolino di lancio per affermare il suo potere personale all'interno del partito dopo la morte di Lenin (1924). Fu allora che nel contesto di una Russia devastata dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati, diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppiò violento il dissidio con Leon Trotsky, ostile alla NEP (nuova politica economica) e sostenitore dell'internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sosteneva invece che la "rivoluzione permanente" era una pura utopia e che la Russia doveva puntare alla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del "socialismo in un paese solo").

Stalin il nazionalista grande russo

Dopo la morte di Lenin, avvenuta nel 1924, un'ondata reazionaria si impadronì del governo sovietico. Stalin diffuse la sua teoria del "socialismo in un paese solo", in contrapposizione a tutti i principi basilari del marxismo. Questa teoria venne contrapposta alla teoria rivoluzionaria bolscevica della "rivoluzione permanente", secondo la quale sarebbe impossibile costruire il socialismo in uno stato isolato dal resto del mondo. La stessa Terza Internazionale da partito della rivoluzione mondiale viene trasformata in strumento di appoggio della Russia, appendice della sua politica nazionale.
 
Diversamente dai soliti dibatti interni, nei quali le diverse posizioni venivano rese pubbliche dai giornali di partito e discusse nei meeting e nei Soviet, il 'dibattito' venne tenuto in questa occasione completamente nascosto al pubblico, in modo da preservare un'apparenza di stabilità e di un sano governo. Le tesi di Stalin trionfarono soltanto nel 1927, quando infine il Comitato centrale si schierò sulle posizioni staliniane isolando Trotzkij (con il quale, nel corso del dibattito, avevano finito per associarsi anche Kamenev e Zinovev).
 
Nel 1927, dopo anni di manovre burocratiche, i membri del governo che erano parte dell'Opposizione di Sinistra vennero in larga parte deportati. Immediatamente dopo Stalin proclamò la sua teoria del social-fascismo, secondo la quale fascismo e teorie socialdemocratiche erano praticamente la stessa cosa. A seguito di questa teoria i membri delle organizzazioni socialdemocratiche (di cui i bolscevichi erano un tempo stati parte) vennero arrestati o deportati. Nel 1929 anche l'ala destra del partito, guidata da Bucharin, fu estromessa dagli stalinisti dal cosiddetto governo sovietico.

Stalin, agente dell'accumulazione capitalistica 

Con il 1928 iniziò l'"era di Stalin". Da quell'anno infatti la vicenda della sua persona si identificò con la storia dell'URSS, di cui fu l'onnipotente dittatore fino alla morte. Posto bruscamente termine alla NEP con la collettivizzazione forzata e meccanizzazione dell'agricoltura, soppresso il commercio privato (i kulaki arricchiti furono declassati a semplici contadini dei kolchoz o avviati a campi di lavoro), avviò il primo piano quinquennale (1928-32) che dava la precedenza all'industria pesante. Circa la metà del reddito nazionale fu dedicata all'opera di trasformazione di un Paese povero e arretrato in una grande potenza industriale. Furono fatte massicce importazioni di macchinari e chiamate alcune decine di migliaia di tecnici stranieri. Sorsero nuove città per ospitare gli operai (che in pochi anni passarono dal 17 al 33% della popolazione), mentre una fittissima rete di scuole debellava l'analfabetismo e preparava i nuovi tecnici. Il primo piano includeva anche una vasta opera di esecuzioni di massa, arresti e deportazioni.

Anche il secondo piano quinquennale (1933-37) diede la precedenza all'industria che compì un nuovo grande balzo in avanti; ma non altrettanto brillante fu il rendimento agricolo per cui, in concomitanza con l'entrata in vigore di una nuova Costituzione (1936), ne fu modificata la troppo rigida struttura. Quest'opera, indubbiamente gigantesca, di costruzione del capitalismo in un paese ancora in gran parte semi-feudale, corrispose un ferreo autoritarismo e un'implacabile intransigenza: ogni dissenso ideologico fu condannato come "complotto".

Stalin il contro-rivoluzionario

Dal 1934 al 1939 Stalin ordinò una spietata serie di esecuzioni ed imprigionamenti, in larga parte nei confronti di personaggi all'interno del governo sovietico. La metà dei membri del primo Consiglio dei commissari del popolo venne giustiziata nel 1938 (un quarto di essi erano già morti in precedenza di morte naturale, e dell'ultimo quarto solo Stalin sopravvisse oltre il 1942). Tra i giustiziati alcuni erano accusati d'essere agenti nazisti o comunque simpatizzanti hitleriani, altri vennero accusati di tradimento. I membri dell'Opposizione di Sinistra a cui era stato consentito di rientrare nelle file del partito dopo essersi piegati allo stalinismo, furono i primi ad essere eliminati; quelli di loro che rimasero all'estero vennero perseguitati ed uccisi. Anche ai membri dell'ala destra del partito (tra cui Bucharin ed altri) toccò la stessa fine. Per una breve lettura sulle purghe staliniane si consigliano Per una storia grafica del bolscevismo e Verso un bilancio sulle purghe di Lev Trotsky.
 
Le terribili "purghe" degli anni Trenta (successive al misterioso assassinio di S. Kirov) che videro la condanna a morte o a lunghi anni di carcere di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica, da Kamenev a Zinovev a Radek a Sokolnikov a J. Pjatakov; da N. Bucharin e Rijkov a G. Jagoda e a M. Tuchacevskij, in totale 35.000 sottoufficiali, ufficiali, generali e marescialli su 80.000 che componevano l'Armata Rossa.

Secondo le stime del KGB del 1960 681.692 (venne riferito poi che nel periodo 1937-39 furono 684.244) persone vennero fucilate nel periodo 1937 - 1938 e circa altre 350.000 persone nel 1936 - 1937, per cui le vittime totali del "grande terrore" staliniano superano il milione di persone. Inoltre già nel 1929 - 1933 ci fu la prima ondata di terrore contro i Kulaki e ne vennero uccisi un numero incalcolato. Nel 1945 continuò la repressione, che durò fino alla morte di Stalin e le vittime furono moltissime, per un rotale di 3 o forse 4 milioni di persone uccise sotto Stalin.

Ammessa alla Società delle Nazioni nel 1934, l'URSS avanzò proposte di disarmo generale e cercò di favorire una stretta collaborazione antifascista sia fra i vari Paesi sia al loro interno (politica dei "fronti popolari"). Nel 1935 concluse patti di amicizia e reciproca assistenza con la Francia e la Cecoslovacchia; l'anno successivo appoggiò con aiuti militari la Spagna repubblicana contro Franco (e contro i rivoluzionari spagnoli). Ma il Patto di Monaco (1938) costituì un duro colpo per la politica "collaborazionista" di Stalin che a Litvinov sostituì Vyacheslav Molotov (1939) e alla linea possibilista alternò una politica puramente realistica, neo-imperialistica. Nel 1943 sciolse l’Internazionale “comunista”, ormai putrefatta (verrà sostituita dal Cominform nel 1947).

Durante la seconda guerra mondiale Stalin arrivò ad un'alleanza, nella forma di 'patto di non aggressione' (e promesse di spartizione della Polonia), con la Germania nazista (patto Ribbentropp-Molotov). Solo dopo la rottura del patto da parte di Hitler la Russia staliniana entrò ufficialmente in guerra contro di essa. Grazie all’abnegazione e al sacrificio di milioni di operai e contadini, la Russia uscì vittoriosa nel confronto con l’imperialismo tedesco. Alle Conferenze di Yalta e Postdam, Stalin partecipò, quale vincitore, al banchetto della divisione del mondo con gli Usa e Gb.
 
Nel secondo dopoguerra, entrò in contrasto con la Federazione Yugoslava e il suo presidente, Tito. Due “socialismi nazionali” non potevano andare d’accordo tra loro, soprattutto visto le mire imperialiste della Russia. La Yugoslavia fu esclusa nel novembre 1949 dal Cominform, e Stalin accolse a Mosca, in dicembre, Mao, in rappresentanza della Cina che aveva raggiunto la propria indipendenza nello stesso anno.
 
Stalin muore a Mosca il 5 marzo 1953. Al momento della sua morte, il mito della “Russia socialista” era ormai diventato un mito indiscusso e suggestivo (grazie soprattutto al sacrificio di milioni di soldati russi, morti combattendo contro i nazisti); e Stalin passò alla storia come il costruttore del primo stato socialista. Ma Stalin non è stato il “costruttore” del socialismo. Egli non poteva “costruire” nessun socialismo, perché la trasformazione del capitalismo in socialismo non può avvenire in un solo paese, per di più arretrato come era la Russia, ma in più paesi, abolendo le frontiere nazionali.
 
Chi, e cosa, fu , allora, Stalin? Egli è stato l’artefice di un capitalismo di Stato (soprattutto per la grande industria), che ha fatto della Russia arretrata e semi-feudale una potenza imperialistica mondiale, il padre della Russia moderna. Ma ancor prima di ciò, egli è stato uno sterminatore di rivoluzionari e l’affossatore del marxismo-leninismo.
 
V. anche Bordiga: Dialogato con Stalin 

 

Par s.b.
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